Mi sono fatto la macchina nuova

Seduto sul bordo della vasca e con il piede destro appoggiato al bidè, Claudio stava delicatamente scontornando l’unghia dell’alluce con le sue forbicine in acciaio inossidabile e dalla punta curva.
Come ogni secondo venerdì del mese, preparava un pediluvio di circa mezz’ora a base di acqua calda e sale, per evitare che le unghie indurite gli dolessero durante il taglio e procedeva con pazienza a un rituale che durava un’altra mezz’ora.
Con mano ferma tagliava lentamente l’unghia in linea orizzontale, senza assecondare la forma del dito per evitare che essa s’incarnisse, fino a recidere l’ultimo pezzetto ancora attaccato. Dopo aver rimosso il grumo di calzino, che puntualmente s’infilava tra la pelle dell’alluce e il lato inferiore dell’unghia, divaricava le lame delle forbicine e vi sfregava sopra con delicatezza i polpastrelli della mano destra. Poi avvicinava le dita unte al naso, inspirava profondamente e partiva per un viaggio a senso unico verso l’isola di Oblio.

La porta del bagno era aperta e, mentre dal soggiorno arrivavano le note swing di It don’t mean a thing, nella versione interpretata da Tony Bennett e Lady Gaga, qualcuno dalla strada gridava il suo nome. Claudio conosceva quella voce e sebbene la tentazione di ignorarla fosse forte, sapeva che sarebbe servito a poco. Così appoggiò infastidito le forbicine sul lavandino, calzò le ciabatte infradito e dopo essersi allacciato la cinta dell’accappatoio aprì la finestra della cucina.
«Oh, che cazzo gridi? Non puoi usare il citofono?» urlò Claudio all’indirizzo di Mario.
«Ti devo far vedere una cosa» rispose il suo amico e, con un gesto carico di solennità, indicò una scintillante BMW nera serie 7 appena uscita dal concessionario.
«Ma quando l’hai presa?»
«Praticamente cinque minuti fa. Dai scendi che andiamo a brindare» rispose il suo amico, entusiasta del nuovo acquisto.
«Ora non posso, sto facendo…» ma Claudio non riuscì a concludere la frase.
«Allora salgo io».

Il tempo di chiudere la finestra e il campanello di casa cominciò a trillare. Abbassò il volume del diffusore e sbuffando a guance piene, andò ad aprire la porta.
«Oh, ma quanto ti ci vuole ad aprire? Perché ti chiudi dentro?» chiese Mario con un certo affanno, dopo aver fatto due piani di corsa.
«Veramente stavo…»
«Ce l’hai un prosecchino? Un Conegliano Valdobbiadene, magari?
«No».
«Una bottiglia di Barolo?»
«No».
«Una Sambuca, un Vov, uno Strega…»
«Ho il caffè» rispose Claudio.
«E va bene, dai»
Claudio prese la caffettiera, versò il caffè in un paio di tazzine senza manico e, con due dita, ne porse una al suo amico. Mario si sedette e appoggiò il portachiavi – del peso di un paio di chili, bagnato in oro e con in rilievo le lettere B, M e W – sul tavolo della cucina. Poi prese la tazzina, la alzo sopra le spalle dedicando il brindisi alla salute di entrambi e soprattutto alla salute della moglie, che doveva aiutarlo a pagare le rete. Ma quando andò per sorseggiarlo, si fermò corrucciato e tirando indietro il collo disse:
«Cos’è ‘sta roba?»
«È caffè»
Mario avvicinò nuovamente la tazzina al naso e con le narici aperte al massimo del loro diametro continuò, «ma non odora come tutti i caffè, sa di cane bagnato e capperi. Ma quando l’hai preparato?»
«Poco fa, è ancora caldo. Perché?»
«Santoddio che puzza» poi si alzò e disse «vabbè, come se avessi accettato».

In quel momento suonò il citofono. Claudio si voltò verso l’amico con aria interdetta, a chiedersi chi potesse essere. Mario aveva detto a Sandro di venire anche lui, per poi andare a brindare tutti insieme. Claudio si alzò e, blaterando a voce alta parole incomprensibili, andò al citofono. «Chi è?… Sì è qui… Dai, sali…». Aspettò che il secondo incomodo raggiungesse il pianerottolo e sull’uscio della porta di casa lo salutò con una stretta di mano.
«Ok, adesso che ci siamo tutti, facciamo questo brindisi e andatevene perché stavo finendo di…»
Mario lo interruppe.
«Sandro, cos’hai? Perché quella faccia?»
«No, è che… Stavo tirandomi indietro i capelli quando… quando ho sentito un odore stomachevole»
«Anche tu senti le puzze adesso?» Chiese Claudio.
L’ultimo arrivato si annusò dapprima l’ascella; poi passò ai polsini della camicia; e poi ai palmi delle mani.
«Eccola! Senti qua» e avvicinò disgustato la mano destra al naso di Mario.
Mario scostò brusco la testa all’indietro:
«Santoddio, ha lo stesso odore fetido del caffè»
«Ragazzi, facciamo che festeggiamo più tardi», concluse Claudio «adesso però andatevene perché stavo finendo di…»
«Festeggiare cosa?» chiese Sandro con sorpresa.
«Non gliel’hai detto?» disse l’ignaro untore rivolgendosi a Mario.
«Festeggiamo questa» rispose lui.
Poi prese le chiavi della nuova auto dal tavolo e le tirò a Sandro con una facile traiettoria a campanile. Nello stesso momento Sandro si abbassò per cercare sotto il lavandino un qualche sapone antibatterico-antimuffa-ultraprofumato e togliere dalle mani quell’ostinata puzza stantia. Le chiavi sorvolarono la testa di Sandro, scavalcarono il parapetto della finestra e, dopo un attimo infinito di silenzio, si sentì dalla strada il rumore sordo di un vetro crepato e poco dopo un tonfo metallico.

I tre si affacciarono contemporaneamente dalla finestra e videro il parabrezza scheggiato in più punti; poi notarono che le tre lettere impresse in rilievo sul portachiavi, si erano posizionate perfettamente al centro del cofano ammaccato di una scintillante BMW nera serie 7 appena uscita dal concessionario.
Gli sguardi increduli e silenziosi dei tre amici in finestra furono interrotti dall’urlo straziante, prolungato e porco-blasfemo di Mario. L’onda d’urto raggiunse la vedova inginocchiata in chiesa che sgranò gli occhi verso il parroco, impallidito da un principio d’infarto; poi superò il fioraio all’angolo che si chiese perché le sue sempreverdi avessero perso d’un colpo le foglie; e infine si disperse su un gruppo di storni che aveva da poco disegnato in cielo il profilo astratto di Cassius Marcellus Clay Jr., meglio noto come Muhammad Ali.

Mario e Sandro non si salutarono. Ognuno andò per la sua strada e forse non si rividero mai più.
Claudio invece tornò in bagno. Si sedette sul bordo della vasca, appoggiò il piede sinistro al bidè e riprese le sue forbicine in acciaio inossidabile e dalla punta curva.