File al semaforo e destini sovrapposti

A volte capita che un evento insignificante e inaspettato, ci porti a sospendere il comune flusso dei nostri pensieri e ad affrontare riflessioni su eventi passati o presunti o magari su tematiche estremamente complesse e spesso inverosimili: la vacuità dell’essere umano in un cappello di paglia rapito da una raffica di vento; il profumo indossato da una donna che ci fa tornare alla mente un ricordo lontano; l’immagine sulla copertina di un libro che ci strappa un sorriso ammiccante. Insomma, non è poi così raro che sensazioni improvvise suscitino in noi il desiderio di ascoltare in solitudine la voce di pensieri insoliti.

Ero in macchina in attesa che il semaforo diventasse verde e tamburellavo nervosamente con le dita sul volante al ritmo di non ricordo quale canzone anni ’80 (credo fosse Enola Gay). Faceva parecchio freddo, i vetri erano appannati e il condizionatore puntualmente guasto. Ero il primo della colonna di auto in fila al semaforo e stavo valutando quanto valesse la pena rischiare una multa pur di arrivare puntuale all’appuntamento oppure procedere a passo d’uomo e subire le inevitabili rimostranze di chi mi avrebbe aspettato. Optai per la prima soluzione. Allo scattare del verde, voltai a destra per una strada sottoposta al “fermo auto” che mi avrebbe fatto risparmiare almeno venti minuti sulla tabella di marcia.

In città caotiche come Roma, questo genere di considerazioni non sono sporadiche e fu così che anche l’automobile dietro la mia decise di intraprendere la stessa scelta. Per un attimo convinsi me stesso (perché quando ci si trova in queste situazioni la persona più difficile da convincere realmente è sempre “noi stessi”) del fatto che, quando non si è soli a commettere un’infrazione, le possibilità di essere “beccati” diminuiscono in proporzione all’aumentare del numero di trasgressori.

Dopo un chilometro dal semaforo, neanche a farlo apposta, vidi in lontananza il profilo anteriore di un’auto dal colore scuro. Intuendo che quel muso potesse essere l’inizio di un verbale salato, ritirato mio malgrado non prima di aver millantato lacrimevoli scuse tipo “nonna malata” o “lasciato gas aperto a casa”, decelerai gradualmente. L’auto che mi succedeva, una Golf cabrio con a bordo una coppia di ragazzi, cominciò a suonare il clacson come se la Roma avesse segnato il 4-3 al novantesimo minuto del derby durante la finale di coppa campioni. Accostai leggermente, lasciai passare l’impaziente automobilista che, dai gesti che faceva, dubito mi stesse augurando buone feste, e ripartii immediatamente. In breve tempo quel muso scuro si rivelò in tutta la sua forma, con tanto di lampeggiante. Il carabiniere alzò la paletta e al giovane imprecatore, con fidanzata al seguito, fu intimato di accostare.

Dopo qualche secondo di auto-celebrazione per lo scampato salasso, riflettei su quanto accaduto: il ragazzo che mi aveva sorpassato non doveva essere multato. Ero io il primo dei due e, per logica, era me che avrebbero dovuto far accostare. Invece no. Mi chiesi: il fato aveva già deciso che non ci sarebbe stato il mio nome su quel verbale oppure tutti noi abbiamo la possibilità di modificare la nostro sorte scegliendo ogni attimo quale strada seguire? Lasciando che quell’automobile mi superasse ho alterato il mio destino perché a cento metri avrei trovato a terra il biglietto vincente della lotteria di Viareggio e invece, arrivando così in anticipo, non ho dato il tempo alla folata di vento di appiccicare il biglietto sul parabrezza e ho lasciato a qualcun altro l’incasso della mia vincita; oppure non ho incontrato la persona che mi avrebbe rivelato nuovi retroscena sul Grande Fratello o sul perché quando stai timbrando il biglietto della metropolitana e senti che sta partendo un treno e speri che non sia il tuo, è sempre il tuo.

Probabilmente ho salvato la vita dei due ragazzi perché se non li avessero fermati i carabinieri sarebbero stati coinvolti in un incidente all’incrocio successivo (quindi sono un eroe?); oppure quella sera avrebbero concepito un figlio che avrebbero chiamato Tedoforo ma, il malumore dovuto alla multa ritirata durante il giorno, li ha inibiti; o meglio ancora ho permesso al loro figlio di non subire una vita di insulti e prese per il culo per via del suo nome. Forse ho alterato il futuro di tutti noi perché quei due ragazzi avranno fatto tardi al pranzo domenicale con i genitori di lei ma avrebbero preferito arrivare presto per andarsene prima mentre io sono arrivato puntuale a un appuntamento dove, se fossi arrivato tardi, quasi sicuramente non sarebbe successo niente; oppure ho permesso a ognuno di decidere del proprio destino: era mio desiderio accostare e non incontrare gli uomini in divisa ed era loro desiderio superare la mia auto e prendere la multa; o magari ho permesso a una vecchina di non essere investita da quei due che correvano come matti; oppure…