Il mio regno per un cavallo

Tanto tempo fa, in una remota zona dell’entroterra inglese, viveva nella contea di Marlboro, presso il villaggio di Chesterfield, una comunità d’infaticabili contadini e avvenenti pulzelle. La contea si trovava al centro di una cinta collinare la cui particolare morfologia permetteva ai suoi abitanti, circa un migliaio di anime, di godere di un clima sempre mite e coltivare rigogliose piantagioni di viti e ulivi. Dalle colline di ponente sgorgava la sorgente del Freak, il fiume che tagliava a metà la conca e abbracciava, su una striscia di terra a forma di U, un piccolo promontorio sul quale si ergeva il castello di Philip Albert Morris.

Philip era il padrone di un podere sconfinato e tutto il villaggio lavorava per lui. Aveva quasi sessant’anni, era un personaggio schivo, malinconico e introverso, senza figli e poco avvezzo alle abitudini mondane. Promuoveva l’importanza del sapere e soprattutto del lavoro; imponeva che ognuno lavorasse e che tutti sapessero leggere e scrivere. Non dormiva mai ed era soprannominato “Il Re desto”.

Un mattino d’estate, forse la più calda estate degli ultimi due secoli, giunse al villaggio un giovane di nome Lucky: un ragazzo di ventidue anni che vagabondava per le campagne inglesi cantando stornelli e conquistando giovani pulzelle a suon di poesie plagiate ed erbe dagli effetti inebrianti. Lucky era un ragazzo di bell’aspetto, con il dono innato di trovarsi sempre al posto giusto all’ora del rancio e riconoscere il momento di levare le tende quando le cose cominciavano a prendere una piega a lui avversa. Seguendo l’ansa del Freak, il giovane raggiunse il villaggio di Chesterfield in compagnia del suo ronzino e, fin dalle prime case, rimase impressionato dalla bellezza del paesaggio ma, soprattutto, delle donne del villaggio.

Procedendo a zonzo, lungo la strada principale di Chesterfield, incontrò diverse persone e con ognuna scambiò parole di cortesia e circostanza. S’informò sul clima, sui locali e, soprattutto, dove ci si potesse divertire sollazzati da compagnie, per così dire, compiacenti. Ogni persona con la quale parlava lo guardava in maniera circospetta poiché in quel villaggio la distrazione era argomento tabù. Tutti lamentavano il fatto che si lavorasse troppo e, di fronte alle sue richieste di spiegazioni, la risposta era sempre la medesima: “Re” Philip non tollerava i fannulloni e, anzi, li puniva severamente sulla pubblica piazza o li rinchiudeva direttamente nelle segrete del proprio castello. Presentendo aria di tempesta, era ormai ovvio che il giovane Lucky fosse fuori luogo in quel villaggio e, senza esitare oltre, decise di sellare nuovamente il proprio ronzino e proseguire il cammino oltre le floride colline di Chesterfield.

Il sole era ormai tramontato e la luce del crepuscolo regalava al paesaggio la magia di un sogno d’infanzia. Mentre era assorto ad ammirare l’intensità di quelle sfumature, Lucky incontrò Philip Albert Morris.
Quando il giovane si accorse che il “Re desto” era intento a spingere in acqua un pesante masso, al quale il suo collo era legato con una cima da ormeggio, il giovane scese dal ronzino e gli chiese quale fosse il motivo di un tale gesto.
«Una prigione resta tale anche se ha le sbarre dorate, forestiero», rispose Philip con aria afflitta e senza alzare lo sguardo dal suo pesante ingombro.
«Cos’altro può desiderare un “Re” oltre ciò che già possiede?» chiese il giovane.
Philip non rispose, si asciugò la fronte madida e si sedette esausto accanto al suo masso.

Lucky scaricò le bisacce dal ronzino, accese un fuoco e i due rimasero in silenzio per circa un’ora fin quando non fu pronta la cena. E fu così che il giovane errante invitò il “Re desto” a unirsi a lui e i due mangiarono carne di pecora, bevendo idromele a sazietà. Al termine del pasto, Lucky prese una foglia di agavello, una piante importata dalle alture andaluse, ne inserì al suo interno una poltiglia a base di radici sminuzzate di canabbi e mandragola, e arrotolò il tutto come fosse un sottile involtino. Dal falò prese un ramo dall’estremità incandescente e accese la punta dell’involto aspirandone il fumo. In pochi minuti, sul viso del giovane si disegnò un sorriso ebete che sorprese il “Re desto” il quale, incuriosito, chiese di condividere con lui le essenze.

Dopo mezz’ora di “condivisione” i due cominciarono a discorrere in merito a problemi di economia, chimica e medicina; erano concordi sull’importanza di coricarsi il pomeriggio dopo mangiato per facilitare la digestione, chiosarono circa le ultime tecniche orientali di seduzione su femmine non consenzienti e si dilettarono in una gara di disegno artistico, orinando sulla corteccia di una grande quercia il profilo di sconosciute figure mitologiche. Il tutto senza smettere un attimo di ridere sguaiatamente. Verso le cinque del mattino, saturi di idromele e al termine dell’ennesima partita a Zara, durante la quale il giovane Lucky – forse, da qui il suo nome – indovinò il risultato dei dadi per cinque volte consecutive, i due commensali decisero di fare un patto.
«Vi offro il mio ronzino in cambio delle Vostre sofferenze» esordì il fortunato.
«Il mio regno per un cavallo?» chiese il “Re desto” quasi strozzandosi e dopo aver sputato l’ultimo sorso di idromele.
«Il Vostro regno per la libertà», corresse il giovane.
«Non credo di aver capito».

* * *

Il giorno dopo, Philip annunciò pubblicamente di essere gravemente malato, che si sarebbe confinato nelle proprie stanze fino alla fine dell’infermità e che suo… ehm… suo fratello, avrebbe amministrato le risorse del paese fino alla guarigione. La notte stessa, in gran segreto, i due s’incontrarono ai piedi del castello e, prima di salutarsi, ricordarono il patto di rivedersi dopo un anno preciso laddove si erano incontrati la prima volta. Il “Re desto” rimase ancora un po’ scettico in merito agli accordi presi ma, dopo essersi infilato in bocca un nuovo involto, alla fin fine quello strano ragazzo e le sue bizzarre parole non gli sembrarono più tanto assurde e inverosimili. E partì.

Durante le prime settimane di governo, Lucky liberò le prigioni sovraccariche di fannulloni e fu applaudito per la sua generosità; indisse un ricchissimo calendario di festeggiamenti e fu elogiato per la sua munificenza; ordinò la piena libertà sul fatto di lavorare o meno e fu acclamato per la sua bontà d’animo. In pochi mesi Re Lucky fu il primo padrone nella storia dei padroni a essere spontaneamente amato e sinceramente osannato dai propri sottoposti. Ogni giorno era una festa o un pretesto per festeggiare ma, più il tempo passava, maggiori erano ovviamente le esigenze. Così la piazza d’armi del castello fu smilitarizzata per fare spazio alle elezioni settimanali di Miss Chesterfield, i preziosissimi arazzi furono utilizzati per rendere più confortevoli le sedute dei numerosi ospiti e la biblioteca fu svuotata per lasciare spazio agli enormi tavoli per banchetti.

La gente fumava le droghe più disparate, la pratica della fornicazione fu dichiarata requisito civico indispensabile per vivere a Chesterfield e furono messi al bando i moralisti conservatori laici ed ecclesiastici.
Le notti poi, il castello si riempiva di volti e luci diverse, e un’ala del maniero fu addirittura riservata all’esaltazione estrema della lussuria e alla condivisione massificata d’involti sempre più elaborati. Ogni notte il letto reale era occupato da una fanciulla diversa, alla quale Lucky prometteva di diventare un giorno la propria moglie. La gente lo amava, i problemi sembravano dissolti come i vapori dell’alcool dopo una notte brava e più di una volta il giovane dubitò della stabilità mentale del suo predecessore per aver tentato di privarsi di tutto questo.

* * *

Una sera d’estate – l’estate successiva al fatidico incontro – “Re” Lucky scese, barcollante e alticcio, nei sotterranei del castello in compagnia di una giovane fanciulla che poi si rivelò essere la figlia del governatore della vicina Contea di Rothmans. Quelle che prima furono le temute prigioni di Chesterfield erano state trasformate nelle sue personali cantine di vino pregiato e gli strumenti di tortura utilizzati un tempo per i fannulloni, adesso erano impiegati per i propri vizi di gruppo. Mentre era intento a stringere legami diplomatici con la figlia del Governatore, Lucky si accorse che alcune botti erano vuote.
L’incredulità fu indescrivibile quando il giovane scoprì che le scorte personali erano quasi terminate e, infuriato come un orso destato controvoglia dal letargo, chiamò immediatamente il guardiano. Chiese spiegazioni su chi avesse osato derubarlo del proprio vino ma il guardiano rispose che nessuno aveva razziato il vino e che il nobile Rosso era in realtà giunto all’estrema agonia.

Il giorno successivo, Lucky convocò il responsabile degli approvvigionamenti il quale disse che non consegnava vino poiché non c’era vino da consegnare. Allora il giovane Re chiamò i contadini e i contadini dissero che non potevano concimare la terra poiché nessuno portava il concime e le piantagioni si stavano pian piano rovinando. In poco tempo si sparse per tutta la Contea la notizia che non solo il vino era terminato ma, soprattutto, che tutti avevano da tempo smesso di lavorare. Ma proprio tutti.

Scarseggiava la farina, il grano era quasi esaurito, le ultime otri d’olio volgevano al termine ma, soprattutto, nessuno aveva preparato la legna per l’inverno. Il livello di tolleranza si fece sempre più esiguo fin quando, una notte, gli abitanti si armarono di zappe e fiaccole e andarono verso il castello in assetto di sommossa. Stessa cosa fecero le donne del villaggio che, stufe di essere trattate come belle di notte, si azzuffarono tra loro su chi dovesse essere la sposa di Lucky e, anch’esse infuriate, si diressero verso il palazzo. Quando il giovane Re aprì le imposte della propria finestra per farsi un involto, vide due cortei avvicinarsi al palazzo. Lì per lì rimase semplicemente stupito; ma il panico lo fece preda quando vide una terza fiaccolata provenire dalle colline, con a capo il governatore di Rothmans, deciso a riprendersi la figlia e a far impalare colui che l’avesse privata delle proprie virtù. A questo punto il giovane Lucky dismise rapidamente le vesti “regali” e fuggì in fretta e furia da una botola segreta.

Coperto dall’oscurità e seguendo il corso del fiume, rischiarato solo dalla sorridente luna piena, si diresse verso le colline che circondavano Chesterfield, mentre alle sue spalle si alternavano i cori minacciosi di uomini armati e donne infuriate.
Dopo un paio di chilometri, incontrò un uomo a cavallo che proseguiva nella direzione opposta. Quando i due furono a portata di viso, l’incredulo Lucky riconobbe il “Re desto” che tornava dal suo viaggio.
«Giovane Lucky!» Esordì Philip «Siete proprio Voi?»
«Sono io» rispose balbettando il fuggitivo.
«Sono lieto di rivederti, la tua proposta mi ha reso un uomo nuovo. Questa lontananza dalla mia terra mi ha aperto la mento e mi ha», poi il re si interruppe. «Perché non sei al castello? Ti senti bene?»
«Bene? Io sì, ma… ecco…” e, dopo una breve pausa “certo che sto bene. Sono venuto a prendervi perché… ho organizzato per voi una festa per la vostra… guarigione. Tutto il paese è in festa e proseguendo troverete una fiaccolata in vostro onore».
«Una fiaccolata? Per me? Come potrò mai ringraziarti?»
«Non mi dovete nulla,» lo interruppe il giovane dopo essersi guardato lesto alle spalle, «Vi chiedo solo di restituirmi il mio ronzino affinché io possa riprendere il viaggio».
«Se il mondo avesse più gente dal cuore nobile come il vostro, non ci sarebbero più guerre, lo sapete? Vi restituisco il cavallo e spero di rivedervi presto. Sarete sempre il benvenuto. Addio, amico mio» disse Philip commosso.

Lucky prese il cavallo e, raggiunta la sommità di una delle colline di Chesterfield, si voltò e vide in lontananza il castello in fiamme. Poi s’infilò un involto in bocca e se ne andò.