Il pacco

Tutto cominciò un venerdì sera, quando Carlo mi chiese di poter usare il mio cellulare perché il suo era scarico. Eravamo in attesa davanti al “Commodore Sixty-Four”, un locale di Testaccio che organizza spettacoli di vario genere, dal teatro indipendente al cabaret. Quella del telefono scarico era una balla che andava avanti da anni e Carlo era famoso per le sue “tasche cucite”. Gli passai il cellulare e lui compose il numero di una certa Alessandra, una tipa che aveva conosciuto qualche mese prima imbucandosi all’addio al nubilato di una loro amica in comune. Aveva tutti i sintomi della tipica storia usa-e-getta ma, ad ogni modo, si era ripromesso di presentarmela e io feci spallucce. Dopo un minuto di squilli a vuoto, riattaccò ed entrammo.

Lo spettacolo fu esilarante, c’era tutto lo staff dello zelig milanese, e uscimmo dal locale con gli addominali indolenziti dalle risate. Subito dopo, andammo in un altro locale, da “Aigor” – lo chiamavamo così perché il titolare assomigliava a Marty Feldman senza la gobba – per prenderci una (dico, una!) birra ma sapevamo che il primo boccale avrebbe fatto solo da apripista per gli altri due che effettivamente seguirono. Quando ci salutammo le automobili passavano ormai di rado e, sotto una luna che a volte erano due, tornammo ognuno a casa propria.

Il giorno successivo, più o meno verso le undici del mattino, il mio cellulare cominciò a trillare. Un numero sconosciuto. Risposi incuriosito e una voce femminile mi chiese: «Chi sei?»
«Chi sei tu!», risposi di riflesso.
«Ho trovato il tuo numero sul mio cellulare».
«Scusami ma ci deve essere stato un errore» feci io contrariato.
«La telefonata è di ieri sera verso le dieci».
«Ma ieri sera non ho usato il…», mi interruppi. Poi ripresi: «ma tu sei Alessandra?»
«Sì, ci conosciamo?» rispose lei con un tono a metà tra il come hai fatto? e il chi cazzo sei?.
«Mi chiamo Stefano e sono un amico di Carlo. Ieri sera ero con lui e Carlo ti ha chiamato dal mio cellulare, per questo ti è apparso questo numero».
«Ah, ecco. Il fatto è che volevo restituirgli un pacchetto che ha lasciato a casa mia ma il telefono è sempre staccato».
«Sarà scarico» ipotizzai sarcastico.
«Boh, sì, forse. Ascolta, credo sia il regalo per il compleanno di sua madre che compie gli anni domani. Dato che sto partendo e ritornerò a Roma fra qualche giorno, potrei dare a te il pacchetto e chiederti di consegnarglielo?»
«Nessun problema».
Nessun problema.

Dopo un’ora ci incontrammo davanti alla Stazione Termini, lato Via Giolitti. La riconobbi subito, anche se di spalle, perché mi aveva avvertito al telefono che avrebbe portato con sé un trolley color giallo “titty”. Conoscendo gli standard femminili di Carlo, ero sicuro sarebbe stata l’ennesima rompipalle, radical chic con la lingua lunga.
Era poco più bassa di me, indossava un paio di pantaloni neri e un cappottino bordeaux elasticizzato. Fin qui nulla di insolito ma quando si voltò, andai in tilt come un flipper. Il taglio orientale degli occhi, quei capelli neri dai riflessi avorio, le labbra a forma di rosa in bocciolo e un paio di tette da far invidia a Salma Hayek, mi avevano stordito come un tonto tanto attento all’attendente tinto…

«Sei Stefano, per caso?» esordì lei, notando il mio sguardo assente.
«Ehm, sì». E dopo un attimo di silenzio, durante il quale i miei occhi avevano assunto la forma di due cuoricini manga, aggiunsi «Sì, scusami, ero soprappensiero, sì sono… sono Stefano».
Mi squadrò scettica.
«E questo deve essere il pacchetto» aggiunsi.
«Esatto, però non so cosa potrebbe…»
Le tolsi il pacco dalle mani, feci il gesto di scuoterlo e lo accostai all’orecchio.
«Di certo non è una bomba» dissi forzando la risata e pentendomene immediatamente mentre la palpebra dell’occhio sinistro aveva cominciato a battere da sola.
Non rispose, aggrottò le sopracciglia e, tirando leggermente indietro la testa, mi osservò ancora più interrogativa di prima.
«Ti va di bere qualcosa?» Aggiunsi, con la speranza di riparare.
Guardò l’orologio e, dato che mancava ancora un’ora alla partenza del treno, accettò l’invito.

Le presi il trolley e ci dirigemmo verso l’Atari 2600, un pub senza pretese e poco distante dalla stazione. All’entrata del locale c’erano una serie di manifesti dedicati a un tale di nome Samuel Sanchez, o qualcosa del genere: un tipo con la faccia da minchione, un violino in mano e la bandiera del Cile alle spalle. Ci sedemmo in fondo alla saletta, dove il rumore frastornante della strada era assopito e un giovane dai capelli rasati alle tempie ci raggiunse immediatamente.
«Cosa prendete?» chiese il cameriere.
«Un White Russian, per favore» disse lei.
«Per me un whisky, grazie»
Memorizzò le ordinazioni e, dopo aver fotografato il di lei petto, se ne andò.
«Hai visto il Grande Lebowski, eh?» le chiesi cercando di creare una breccia.
«Sì! Anche tu sei un fan di Drugo?»
«Qual è la tua scena preferita?», continuai allargando la breccia di cui sopra.
«Fammi pensare… John Goodman che, dopo il suo bizzarro discorso di commiato, svuota il barattolo delle ceneri di Donny sulla faccia di Drugo!»
Ridemmo di gusto.
«Ma lo sai che ogni anno negli USA c’è il Lebowski Fest?» Mi disse.
«Ma va?», (lo sapevo pure io).
Arrivarono i due bicchieri.
«Ti piace il genere comico-grottesco oppure Lebowski è solo un caso?» le chiesi.
«Me lo consigliò una mia collega»
«E di che vi occupate tu e la tua collega?»
«Siamo due giornaliste e questa sera abbiamo un’intervista con Samuel Sanchez a Salerno, non so se lo conosci».
«Ma chi, Sanchez il celebre violinista cileno?», incalzai con un tiro a porta vuota.
«Non mi dire», fece lei sgranando gli occhi.
«Ho tutte le sue opere in assolo! Quasi t’invidio».
«Pensa che quando l’ho detto a Carlo mi ha chiesto in quale squadra giocasse!»
«Non mi stupisce», risposi io alzando il sopracciglio sinistro e assumendo una posa plastica in stile Dr. Slump.

Il suo telefono cominciò a vibrare.
«Pronto Maria, eccomi», disse Alessandra mentre io continuavo a centellinare il mio whisky, tronfio di come ne fossi uscito indenne.
«Ma sei sicura?» aggiunse.
Misi il bicchiere in controluce e notai che era sporco di rossetto su un lato.
«E adesso che facciamo?» continuò.
Il mio sguardo inciampò sul suo decolleté‎ e, dopo avermi notato, si sistemò con disinvoltura l’abito, riportando la sua femminilità nelle rispettive culle. Chiuse il telefono.
«L’intervista è stata annullata» mi disse.
«Come?» risposi io con mal celata indifferenza.
«Accidenti, questa non ci voleva, quell’intervista valeva oro», disse lasciando scivolare lentamente la testa tra le mani mentre il profumo della nivea inebriava l’aria di una delicata essenza.
«Mi dispiace».
«Ti dispiace? Ma se neanche mi conosci!» rispose stizzita.
Un freddo gelido era calato inaspettatamente sul nostro tavolo e mi aveva sorpreso in mutande e canottiera da spiaggia.
«Scusami, non volevo essere scortese», si riprese.
«Non ti preoccupare», feci io con finto risentimento.
«Il fatto è che quest’intervista era un’esclusiva e valeva parecchi soldi».
«Ormai è andata, dai non ci pensare».
«Credo tu abbia ragione. Ormai è andata. Beviamoci su».

“Beviamoci su” una volta. “Beviamoci su” due volte. Al terzo “beviamoci su” eravamo cotti e ci ritrovammo a parlare delle nostre vecchie storie di pseudo amore: tra fidanzati palestrati e fidanzate, diciamo così, troppo estroverse per una regolare vita di coppia. Le raccontai anche di quella volta che, durante un viaggio di lavoro in Marocco, approfittai vilmente della lontananza per mollare la mia ragazza – rimasta a Roma – scrivendole un biglietto che aveva più il tono di una rescissione contrattuale che un saluto in stile maghrebino. Quando imbustai la lettera però pasticciai con gli indirizzi e la “comunicazione” finì nella cassetta postale della mia spasimante (d’allora). Me ne accorsi al ritorno in Italia quando la “rescissa” mi venne a prendere all’aeroporto agghindata come l’entreneuse di un bordello turco (aveva letto la lettera della spasimante) e, poche ore dopo, la sua antagonista mi telefonò furiosa minacciandomi di evirarmi.

Il tempo correva veloce, gli avventori andavano e venivano come i fattorini di un albergo e i miei pensieri disegnavano figure astratte nel cielo al tramonto come gli storni che s’intravedevano dalla finestra del pub.
Verso mezzanotte, quando il tasso alcolico nel nostro sangue aveva raggiunto ormai livelli da record, decidemmo di tornarcene a casa. Chiamai un taxi e ci vollero, non esagero, una decina di minuti prima di riuscire a ricordare i nostri rispettivi indirizzi. Per praticità e per quel poco di galanteria che ancora mi rimaneva, decisi di accompagnare prima lei. Arrivammo sotto casa sua, in Via Tagliamento, e ci salutammo.

La domenica mattina, con la testa che mi girava come l’elica di un elicottero e la bocca impastata di cemento, il mondo – come dire? – non mi sembrava più lo stesso. Mi alzai a fatica dal letto. Avevo ancora davanti agli occhi i suoi occhi, nel naso il suo profumo e nelle mutande il mio desiderio. Alzai la serranda e aprii la finestra ma capii che il sogno era finito quando tutto tornò d’incanto al proprio posto: la strada era dove è sempre stata, le macchine correvano come se nulla fosse, il Piper Club non si era mosso di un millimetro, le persone si ignoravano come hanno sempre… Che cazzo c’entra il Piper? Mi voltai di scatto e la trovai lì, dove doveva essere, nel suo letto. Occazzo! Ero io che non ero nel mio.

Occhi spiritati, respiro affannato (occazzo!), accelerazione dei battiti ai limiti consentiti (occazzo!), sono i sintomi che ogni maschio adulto manifesta prima della classica rovinosa fuga. Trovai i miei vestiti sparsi per la stanza. Mi ricomposi rapidamente, silenzioso come un puma, mi infilai i pantaloni senza indossare i calzini (che fine avranno fatto?), allacciai i primi bottoni della camicia macchiata di rossetto e presi le scarpe, con l’intento di infilarle fuori sul pianerottolo. In punta di piedi mi avvicinai alla porta evitando per un pelo il secchio con il ghiaccio. Poi un click. Mi bloccai impietrito. Era il click di un accendino bic.
Mi voltai lentamente e la vidi appoggiata allo schienale del letto. I capelli un po’ in disordine non toglievano nulla alla sua bellezza. Il lenzuolo le copriva il petto, lo sguardo era a mezz’asta, fisso su di me e la punta della sua sigaretta aveva la forma e il colore di un lapillo infernale.
«Buongiorno. Vigliacco».

Nel pomeriggio mi chiamò Carlo dal cellulare (di un suo amico, ovviamente). Ci incontrammo da “Aigor” perché aveva urgente bisogno di parlarmi. Arrivò con mezz’ora di anticipo, era euforico e biascicava velocemente parole incomprensibili, quasi gli fosse andato di traverso un boccone condito di salsa wasabi. Ordinammo due analcolici. I miei occhi non riuscirono mai a incontrare i suoi, combattuto tra il pentimento e i flash che inesorabilmente riaffioravano nella mia mente con una sola sensualissima protagonista. Ma nell’ascoltare passivo il suo monologo, una parola catturò la mia attenzione.
«Scusa puoi ripetere l’ultima frase?» gli dissi.
«…che domani ho appuntamento con Alessandra?»
«no, prima, cos’hai detto?»
«…che ieri le ho lasciato un pacchetto in valigia per farle una sorpresa?»
«Sì, quella!»
«Perché?» mi chiese.
«Forse stai parlando di questo» risposi io mostrandogli la scatolina.
«E tu come…»
«Ieri Alessandra ha provato a chiamarti ma il tuo telefono era spento. Poi ha chiamato me perché si è trovata il mio numero in coda e mi ha chiesto di consegnartelo; credeva te lo fossi dimenticato e dato che il compleanno di tua madre è domani, ci siamo… visti… ed eccolo qui».
«Porca miseria!» disse Carlo alzando gli occhi al cielo.
«Era per lei? Credo non abbia capito che fosse per lei».
Arrivò la cameriera e lasciò lo scontrino piegato sul mio lato del tavolino. Pagai.
«Ma non c’era un biglietto?» gli chiesi.
«Me lo sono dimenticato in tasca».
«E che c’è nel pacchetto?».
«L’anello di fidanzamento».