Il topo d’appartamento

La dritta come sempre era giusta. “I Severoni so’ partiti pe’ le vacanze e nun torneranno prima de due settimane”, disse Er vichingo poco prima di intascarsi un paio di banconote verde oliva. E in effetti, l’appartamento al quinto piano di Via Coletti n. 71, non dava segni di vita da diverse ore. Erano le 22:30 e il viale completamente deserto. Deserto, come il cervello di quel tizio alla televisione che divenne famoso per aver tirato un carrello di mille chili, con due ganci attaccati ai capezzoli.

L’asfalto rifletteva la luce gialla dei lampioni mentre le ultime gocce d’acqua aggrappate ai finestrini delle auto, stavano pian piano mollando la presa. La punta accesa della mia sigaretta aveva quasi raggiunto il filtro. La gettai, diedi una rapida occhiata in tutte le direzioni e mi avvicinai al cancello del palazzo: un edificio di cinque piani circondato da un’alta palizzata di sbarre in ferro battuto con la punta a forma di diamante.
Scavalcai il cancello con estrema cautela, per evitare che le mie glorie vi rimanessero appese, e scesi rapidamente al di là dell’inferriata. Corsi ai piedi del palazzo, evitando il fascio di luci che illuminavano il cortile condominiale a ferro di cavallo, e arrivai all’entrata della scala D.

Il vecchio portone del palazzo era solamente accostato per via della serratura guasta. Presi l’ascensore, scesi al quinto piano e feci a piedi l’ultima rampa di scale fino alla porta che dava sui vecchi lavatoi. Raggiunta la terrazza condominiale, rimasi incantato dalle luci che illuminavano la città e scintillavano silenziose mentre respiravo a occhi chiusi quell’aria frizzante e ancora nebulizzata dopo il recente acquazzone. La cupola di San Pietro sembrava la corona di una regina spagnola e il Tevere una sciarpa al vento.

Mi sporsi con il busto oltre il parapetto e individuai immediatamente le persiane accostate dell’interno 24. Legai la fune da scalatore al comignolo principale del palazzo e ne lasciai andare una decina di metri al di là del parapetto. Scavalcai la ringhiera e lentamente mi calai fino a poggiare i piedi sul cornicione che ornava la base della finestra. Con la punta di un cacciavite rimossi il fermo dalla tapparella e la aprii delicatamente. Poi passai alla finestra e anch’essa cedette senza troppe pretese. In pochi secondi fui dentro. Accostai di nuovo le tapparelle e fissai la fune a uno dei cardini.

Il signor Severoni era un commerciante di tappeti, noto per la sua avarizia e fu proprio grazie a Er vichingo, meccanico di “fiducia”, che venni a sapere dell’incauta abitudine a conservare i soldi in casa. Il salotto sapeva di stantio, di legno vecchio e muffa, ma di sottofondo sentivo un leggero profumo di latte di rosa. I quadri coprivano per intero le pareti della sala, lasciando intravedere, tra i bordi delle cornici, i disegni geometrici di una carta da parati anni ’60. La cassaforte doveva trovarsi dietro uno di questi quadri. Ma quale? La luce obliqua dei lampioni era insufficiente per capirlo. Così accesi la piccola torcia che portavo sempre con me e cominciai a girare lentamente su me stesso finché non rimasi colpito da una cornice posta sopra una credenza di legno.

A differenza di tutte le altre cornici presenti nella stanza, quella che stavo osservando era di dimensioni ridotte, senza ornamenti e il dipinto al suo interno stonava sia per la scelta dei colori sia per il fatto che rappresentava un’enorme capra, o qualcosa del genere, che rincorreva per una collina, una cicciottella donna nuda. Il messaggio era chiaro: “rubate gli altri quadri ma non me”. Mi avvicinai al dipinto con la capra e ne sollevai lentamente la base mentre con la torcia in bocca ne illuminavo la parte posteriore. Ecco la cassaforte! Il buon Severoni era più prevedibile del percorso di un tram.
Appoggiai la torcia alla credenza per afferrare meglio la cornice, e il fascio di luce illuminò la fotografia scolorita di un uomo e una donna, entrambi sulla trentina, abbracciati e sorridenti davanti alla torre di Pisa. Osservai con più attenzione quella fotografia. Lui era sicuramente il Severoni ma lei… No, non poteva essere lei!

* * *

Claudio ti va di cambiare il giorno sul calendario?
Claudio si alzò dalla sedia sbuffando e, dopo essersi sistemato il grembiule blu con quel ridicolo fiocco bianco al collo, si diresse verso la parete verde scuro dell’aula, dove era appeso il calendario giornaliero. Si mise in punta di piedi e strappò il foglio del giorno precedente, scoprendo la nuova data. Poi la maestra gli diede un bacio e lui, in evidente imbarazzo, si strofinò il foglio del calendario sulla guancia e lo gettò nel cestino accanto al mio banco. Senza farmi vedere, ripresi la pagina dal cestino e le restituii la sua forma originaria. Poi la avvicinai al naso e rimasi inebriato da quel profumo squisito che conoscevo bene e che tanto amavo.
Lei era la maestra Maria Teresa Veneziani e il foglio che tenevo in mano indicava la data del 12 aprile 1967. San Damiano di Pavia.

* * *

Presi la fotografia e mi sedetti sulla poltrona, senza distogliere per un attimo lo sguardo da quella donna a me così familiare, dai capelli lunghi e castani, con gli occhi da sognatrice e il sorriso rassicurante. Il passato mi investì con tanta intensità da lasciarmi stordito. Mi tornò alla mente quella volta che per farmi coccolare da lei mi finsi malato e, mentre ero avvinghiato al suo petto morbido, arrivò Suor Gertrude e i suoi centottantachili al seguito che, con le sue mani da pescatore di squali, mi prese per la collottola e mi portò in infermeria. Un ricordo che pensavo perso tra tanti ricordi. Quanti anni sono trascorsi, vero maestra? All’inizio sorrisi trasognante ma poi, senza preavviso, una coperta di nostalgia  mi coprì dai piedi al collo lasciandomi addosso un sudore freddo di tristezza. Ero confuso e senza più motivazione. Una sensazione stranissima che non mi permise di fare un solo pensiero razionale.

Sentivo gli occhi gonfi ma, poco prima che tracimassero, un ultimo spiraglio di orgoglio risollevò le mie sorti assorbendo le lacrime. Non posso farle questo. Non a lei.
Dopo una decina di minuti mi alzai dalla poltrona e riposi la fotografia nel punto dove l’avevo presa. Poi mi voltai verso la cornice con la cicciona fuggitiva e mi assicurai che fosse esattamente al suo posto. Decisi di non uscire dalla porta principale per non farla preoccupare al suo ritorno. Chissà se gli anni l’hanno cambiata, pensavo. Ritornai sui miei passi e con un panno asciugai le impronte lasciate dalle scarpe umide. Diedi un’ultima occhiata alla foto, salii sul davanzale e, prima di intraprendere la breve scalata fino ai lavatoi, mi assicurai dall’esterno di accostare la finestra e le due tapparelle, rimettendo il fermo al suo posto. Facendo leva sui rilievi ornamentali del palazzo,  raggiunsi la sommità del palazzo, mollai la presa della fune e, nel gesto di attaccarmi alla grondaia, il piede sinistro perse per un attimo aderenza sulla parete umida.

* * *

Era l’ora del dettato e la maestra Teresa stava girando silenziosamente tra i banchi, leggendo con lentezza la favola della lepre e la tartaruga. Mi passò accanto e la sua essenza al latte di rosa mi accarezzò i capelli. Non riuscendo a ricordare come scrivere una parola, cercai di attirare la sua attenzione e, nella foga, mi spinsi all’indietro con la sedia fino a perdere l’equilibrio. Con le mani disegnai dei cerchi nell’aria nel tentativo di riprendere la posizione ma ormai era troppo tardi. E mentre mi preparavo all’inevitabile impatto, le sue mani mi rallentarono la caduta fino a farmi tornare seduto.

* * *

La maestra Teresa. Quanto tempo. Non ricordo le facce dei miei compagni di classe, neanche una. Non ricordo con chi di loro ho giocato, con chi mi sono azzuffato né a chi ho chiesto scusa. Non so che fine abbiano fatto, se vivono a Roma o se magari ho svaligiato le loro case. Non ricordo nulla di ciò che c’era di buono nel mio passato eppure non sono mai riuscito a dimenticare lei. Lei che in tutti questi anni, anche senza saperlo, è sempre stata presente dentro di me.

Presente. Come una sbarra in ferro battuto con la punta di diamante che ti trafigge il cuore.