Il vaso Ming

Le veneziane erano abbassate ad altezza ginocchia e, attraverso il vetro a isolamento termico, s’intravedeva la Barcaccia del Bernini con dietro l’imponente scalinata. A destra, una lunga fila di turisti tedeschi attendeva accaldata il proprio turno davanti al museo di Keats mentre una guida con l’ombrello precedeva un variopinto gruppo di fotografi dagli occhi a mandorla. Lo scuro pavimento in parquet d’ebano impediva al sole di riflettere il calore sul soffitto e la sala assumeva così un aspetto severo e asettico, in contrasto con la rumorosa allegria che echeggiava dalla piazza.

Al centro della stanza spiccava la fine decorazione di un lunghissimo tappeto Serabend con trame doppie e orditi in cotone. La scrivania, tra le due finestre, era imponente e barocca con intarsi floreali in madre perla e radica di palissandro, sorretta da quattro piedi che riproducevano basi di colonne greche. Il soffio del condizionatore d’aria si alternava al sibilo delle boccate di Cohiba Siglo IV che accendevano di collera le labbra già livide di Francesco Stelvi.
«Ma che cazzo me ne frega se stanno rischiando il fallimento!» Disse sputando con rabbia il fumo tra i denti. «Se una compagnia aerea non vola, è meglio che chiuda!»

Alla destra della scrivania si ergeva un’imponente libreria in legno massello che sfruttava al massimo le alte pareti mentre, sul lato opposto, un camino ornamentale in marmo rosso di Verona faceva da supporto a un vaso Ming.
«I dipendenti di una società concorrente non sono un mio problema». Aggiunse Stelvi, temperando delicatamente la punta accesa del sigaro contro il bordo del posacenere in avorio. «Pensa solo a piazzare le mie quote e ficcatele in culo le tue politiche perequative». E riattaccò violentemente il telefono passandosi le dita tra i capelli neri e lisci, riportandone il verso alla posizione originaria.
Dopo un attimo, il ronzio dell’interfono.

«Mi dica». Disse Stelvi.
«C’è la dottoressa Canucci sulla linea due». Comunicò la segretaria nella stanza attigua.
«Me la passi». E dopo aver premuto il tasto 2 sul telefono multifunzione. «Donatellamoremio! Come stai?…»; «l’A.D. vuole vedermi?… »; «Veramente a quell’ora avrei un imp…»; «va bene, giovedì prossimo alle due ma, se ti fosse possi…»; «…bile andartene affanculo. Stronza ha riattaccato!»
Stelvi scartò innervosito una caramella alla menta e di nuovo il ronzio dell’interfono.
«Mi dica». Disse Stelvi.
«C’è Mario Contini».
«E chi cazzo è?»
«Ehm, il ragionier Contini è qui davanti e ha un appuntamento fissato per le 16.00». Rispose la segretaria, con tono d’imbarazzo.
«Va bene. Allora lo faccia entrare».

La maniglia si abbassò e la pesante porta cesellata a mano si aprì con estrema lentezza. A passi incerti si avvicinò un uomo di circa trentacinque anni dalle basette brizzolate, il dopobarba che sapeva di rosmarino e un abito spezzato, male abbinato, che gli dava un aspetto dimesso e anonimo. Teneva sotto il braccio un fascicolo giallo.
«Si accomodi Contini, la stavo aspettando». Disse Stelvi.
«Grazie».
«Allora di cosa voleva parlarmi?»
«Ecco io…»
«Prima di tutto mi ricordi a quale direzione appartiene. E alzi il tono della voce per cortesia».
«Direzione Logistica e approvvigionamenti».
«Bene. Mi illumini». Disse Stelvi annotando nel frattempo l’appuntamento con l’A.D. sulla propria agenda.
«Ecco, vede… Ho studiato a fondo i piani di sviluppo e… »
«Anch’io. Arrivi al dunque».
«Forse ho trovato il modo per abbassare il tasso di dispersione». Disse Contini tutto d’un fiato.
«In che modo?» Chiese il suo interlocutore con indifferenza e senza alzare lo sguardo dall’agenda.
«Informatizzando il meccanismo di accesso delle merci a magazzino e modificando il criterio di impilamento dei colli».
«Detta così, non significa molto. Ha portato delle proiezioni?»
«Eccole».

Stelvi aprì il fascicolo giallo e iniziò a sfogliare le pagine della relazione appoggiando la testa allo schienale della poltrona. Il soffitto della stanza cominciò gradualmente a riflettere lo scintillio del sole che rimbalzava sulle imposte argentee delle finestre. Poi la luce nei suoi occhi si spense e, mantenendo le palpebre semichiuse, alzò pigramente lo sguardo verso Contini.
«Contini, sa cos’è quello?» Disse indicando con il mento il camino senza comignolo alla sua sinistra.
«Che cosa?», chiese Contini voltando la testa.
«Quello è un vaso Ming! E sa cos’è?»
«Un oggetto antico, molto pregiato», rispose balbettando il ragioniere.
«E’ una cazzo di imitazione».
«Capisco».
«E sa cos’è questa sua relazione?»
«Cosa?»
«Una vera puttanata!» Disse l’ingegnere gettando platealmente il fascicolo nel cestino. «E adesso se ne vada e non mi faccia perdere altro tempo». Lo esortò Stelvi.
«Ma, io…»
«Se ne vada». Ripeté con maggior impeto.
Contini si alzò disorientato e si diresse verso la porta. Strinse con forza la maniglia bronzea, la abbassò con mano tremante e uscì silenzioso dalla stanza, non prima di aver lanciato un ultimo sguardo pieno di acredine verso quella nuvola grigia e dall’odore malevolo che ricopriva il Direttore Generale della John Steinbeck’s Company.

* * *

Il giovedì della settimana successiva, con quindici minuti di anticipo, la Lancia Thesis blu metallizzata dai vetri oscurati si fermò al civico 34 di Via Veneto, sul lato opposto al Ministero dello Sviluppo Economico. L’autista aprì lo sportello posteriore destro e Stelvi uscì dall’auto con il suo impeccabile doppiopetto grigio gessato a bande larghe, il sigaro nel taschino con l’anilla ben in vista e un fascicolo giallo sotto il braccio. Stelvi salì all’ultimo piano del palazzo. Davanti all’ascensore era ad attenderlo l’assistente personale dell’Amministratore Delegato: una donna sulla trentina, dai capelli biondo platino, con un tailleur nero e una camicetta bianca a collo lungo.

«Ciao Donatella». Esordì Stelvi con voce profonda e ammiccante.
La donna non rispose e con un sorriso plastico lo invitò a seguirla.
«Ce l’hai ancora con me per quelle foto? Ma ti ho chiesto già scusa mille volte. E’ stato un errore lo so ma non credevo che sarebbero finite su internet!» Disse lui a bassa voce e accarezzandole confidenzialmente la spalla destra.
La donna si scrollò della mano e lo accompagnò davanti a una grossa porta a doppio accesso, sopra la quale c’era una lampadina rossa accesa. A destra, una placca ovale in metallo dorato con inciso Ingegner Federico Sabino Ferlazzo.
«Ti ho già annunciato. Non bussare e aspetta che sia lui ad aprire». Disse Donatella con voce atona; poi fece per girarsi ma Stelvi la trattenne per un polso.
«Lasciami».
«Mi vuoi perdonare?» Incalzò lui con sguardo supplichevole.
«Lasciami, ti ho detto». E dopo essersi divincolata, si girò su se stessa e scomparve dietro l’angolo.
«Cagna maledet…» Disse Stelvi digrignando i denti, prima di essere interrotto dal clack dello sblocco-porta. Poi fece un lungo respiro, contrasse gli addominali per mimetizzare gli eccessi pasquali, mise in bocca un paio di mentine ed entrò.

La stanza era luminosissima e arricchita da un mobilio moderno che giocava sulle trasparenze. La scrivania sulla destra aveva la forma di uno spicchio di luna ed era di cristallo come l’enorme tavolo da riunioni fissato, al centro dell’ufficio, su un piedistallo in travertino. Di fronte, sul lato lungo dello studio, correva un divano angolare in pelle nera, occupato per un quarto da tre uomini incravattati e con i visi illuminati dai propri laptop. Alle pareti erano appesi ad equa distanza una ventina di dipinti astratti, accomunati l’uno all’altro dalla presenza del colore verde in ogni possibile sfumatura.
L’ingegner Ferlazzo era seduto dietro la scrivania, sulla poltrona in pelle color rosso carminio dai braccioli dorati; stava leggendo accigliato l’aerogramma di una recente indagine e scuoteva la testa per il ritardo evidenziato dal Gantt.
«Sa come valuto i miei collaboratori, dottor Stelvi?» Esordì Ferlazzo, sempre intento a leggere i suoi grafici.
«No, ingegnere». Rispose lui impietrito, senza staccare la schiena dalla porta che si era chiusa automaticamente alle sue spalle.
«Li valuto in base al tempo che ci mettono a deludermi».

Ferlazzo era senza giacca. Alto più di un metro e ottanta, sulla sessantina, aveva una corporatura robusta e la postura atletica. Indossava una camicia azzurra, dal colletto e i polsini bianchi, con tre iniziali ricamate sotto il taschino sinistro e un paio di pantaloni neri sorretti da bretelle grigie a costine. I capelli erano folti e completamente bianchi, pettinati all’indietro e senza riga. Gli occhi piccoli e le pupille nere si perdevano sulla pelle abbronzata, regalandogli un’espressione inquietante.
«Si sieda Stelvi. Vuole qualcosa da bere?»
«Un’acqua tonica, se possibile».
«Donatella? Ci porti un caffè e un’acqua tonica per cortesia». Disse Ferlazzo all’interfono.
«Subito, ingegnere». Rispose donatellamoremio.
«Ha letto il piano di programmazione, Stelvi?»
«Sì, signore».
«E…?»
«E… credo di… aver commesso un errore nella pianificazione proposta a inizio anno».
«Mi risparmi quel tono melodrammatico, Stelvi», disse Ferlazzo alzando il tono della voce «e veda di trovare una soluzione rapida al casino che ha combinato». Concluse, incrociando le dita delle mani e inclinando il busto in avanti sulla scrivania.
«Forse ho trovato il modo per abbassare il tasso di dispersione».
«In che modo?»
«informatizzando il meccanismo di accesso delle merci a magazzino e modificando il criterio di impilamento dei colli».
«Ecco le mie proposte di modifica». Stelvi aprì il fascicolo giallo, ne estrasse il contenuto e lo porse all’AD.

L’ingegnere dapprima si accigliò manifestando un palese scetticismo davanti alle contromisure avanzate ma poi, con lo scorrere delle pagine, distese gradualmente le sopracciglia, finendo con l’annuire soddisfatto e compiaciuto. Dalla porta si sentì un ronzio metallico e Ferlazzo premette un pulsante sulla consolle posta sul lato destro della scrivania. Il clack della porta e poi l’assistente platinata entrò con in mano un vassoio d’argento. Si avvicinò, sistemò una piccola tovaglietta di velluto nero sulla scrivania e vi appoggiò delicatamente la tazzina e il bicchiere con l’acqua tonica.
«Bel culo, eh?» Disse Ferlazzo dopo che la donna uscì dalla stanza.
«Come dice ingegnere?» Rispose imbarazzato Stelvi.
«Lei ha proprio un bel culo a cadere sempre sul morbido, non trova?».
«Solo gli audaci hanno questa fortuna», concluse Stelvi, mentre un profumo di menta si diffondeva nell’aria.
Poi il ronzio dell’interfono.

«C’è il suo appuntamento delle 14.30». Disse Donatella.
«Lo faccia entrare, grazie». Rispose Ferlazzo e, dopo aver chiuso l’apparecchio, si rivolse a Stelvi.
«Le faccio i miei complimenti: ottima intuizione. Le proiezioni sono plausibili e, se dovessero essere rispettati questi tempi d’intervento, non sarà necessario neanche convocare il Consiglio d’Amministrazione». Si sentì il clack della porta. «E per scusarmi di aver dubitato della sua professionalità, le farò un regalo come segno della mia riconoscenza».

Gli occhi di Stelvi si accesero alimentati dal carbone dell’avidità e la sua mente spostò il proprio oggetto d’attenzione dal piano di risanamento aziendale al piano di aumento del suo conto corrente bancario, aggiungendo virtualmente uno zero alla voce “Compensi” del prossimo adeguamento contrattuale. Sfilò il Cohiba dal taschino, lo tastò con i polpastrelli per tutta la sua lunghezza e ne inumidì la punta arrotondata.
«Stelvi, sa cos’è quello?» Disse Ferlazzo con un cenno della testa.
«Che cosa?» Chiese Stelvi, voltandosi sorridente verso un grosso vaso appoggiato a un piano di cristallo.
«Quello è un Ming». Disse una voce alle sue spalle mentre l’incredulo odore di menta lasciava spazio al profumo del rosmarino.