In paziente attesa

Roma, luglio.

Alle due e un quarto del pomeriggio mi accorsi che stavo per raggiungere il mio appuntamento non solo in ritardo ma anche senza un euro in tasca. Fortunatamente, poco prima di lasciarmi andare a sconsiderati deliri, ebbi una visione insperata. A circa trecento ondulanti metri da me, all’angolo della strada, vidi l’insegna del Banco cooperativo rurale di Seganti, credo sia l’unica filiale al mondo, con al centro un bancomat.

Accelerai quel tanto che basta per non aumentare la mia già sostenuta temperatura corporea né sprofondare nell’asfalto molle e rovente. Gustai questa visione avvicinarsi sempre più consistente a me quando, all’acme dell’esaltazione, vidi una donna con due sporte che le pendevano dalle braccia, e la falcata decisa, invadere prepotentemente il mio orizzonte.

La direzione era perpendicolare alla mia e ogni suo passo diminuiva sempre più la mia idea di declamare al mondo questo piccolo trionfo: un bancomat in lontananza e nessuno in coda! Ma arrivò prima di me. Rassegnato, la raggiunsi e mi misi a tre passi di distanza, in compagnia di un sole impietoso, ad attendere il mio turno. La donna, una nonna di bassa statura con i capelli dai riflessi viola e la pelle diafana, pose con cura le due sporte a terra: l’una, quella di sinistra, conteneva pane e alimentari, l’altra invece detersivi in busta e scatolame. Inserì la tessera magnetica nell’apposita fessura e il sistema, in attesa di procedere all’operazione,  le mostrò automaticamente i tassi di mutuo del Banco cooperativo.

Mentre osservavo distratto i suoi gesti, la busta alla sua sinistra si coricò delicatamente sul fianco sinistro. La nonna smise di osservare il monitor, piegò lentamente le ginocchia per raccogliere la busta e la rimise in posizione verticale. Tornata in piedi, il monitor le chiese se desiderasse maggiori informazioni circa i tassi applicati e, contestualmente al suo “no grazie”, l’altra busta, quella con i detersivi, si adagiò sul lato destro. Il sole era prepotente e le mie spalle cominciavano a riscaldarsi. Allora la signora volse disinvolta la testa verso destra e si chinò lentamente per poi riportare la sporta alla sua posizione originaria. Nell’atto di rialzarsi, il ginocchio sinistro toccò distratto la busta con il pane e il sacchetto cadde nuovamente. Se ne accorse giusto quando il sistema del bancomat le stava chiedendo di scegliere quale operazione volesse processare. Sentivo le gocce di sudore partire dalla base della nuca e seguire tutta la linea della schiena fino alle mutande. L’anziana donna si piegò, riportò la sporta in equilibrio e si alzò, ignara del fatto che anche la busta di destra fosse nuovamente orizzontale. La vide, si adagiò sulle ginocchia e con le mani le assestò dei piccoli colpetti sui lati per darle un assetto più stabile. Ma la busta non ne voleva sapere e non fece in tempo ad alzarsi che, come prima, la demoniaca presenza dalla forma di innocua sporta si piegò di lato lasciando libere alcune vettovaglie.

Il nervo del mio occhio sinistro cominciò a battere mentre un barattolo, uscendo dalla busta, rotolava rumoroso verso di me. La nonnina lo seguì con lo sguardo fino ai miei piedi; lo raccolsi e glielo porsi. Glielo restituii, mi ringraziò con un cenno della testa, e ripose il barattolo nella busta di destra, con una flemma che neanche un gatto annoiato e con la pancia piena riuscirebbe ad avere. Tornò a leggere il monitor che, nel frattempo, le aveva restituito la tessera perché il tempo per effettuare l’operazione era terminato. Glielo feci notare e la nonna mi ringraziò calorosamente dicendomi che assomigliavo moltissimo a suo nipote. La ringraziai anch’io, senza muovermi dal mio posto, grazie signora, grazie, la prego, grazie e la esortai con pazienza e delicatezza a concludere l’operazione. Sulla mia camicia ormai, il sudore aveva disegnato le tavole del test di Rorschach. Lei inserì nuovamente la tessera, rispose nuovamente “no grazie” sui tassi applicati, scelse l’operazione da processare e, mentre continuava a monologare senza sosta su questo nipote al quale assomigliavo, si interruppe d’improvviso fissando un punto indefinito davanti a sé. Qual era il codice? Cinque, zero, uno, sette… o cinque, uno, zero sette… no… Ecco, fu allora che il mio viso assunse i connotati di Darth Maul.

Mi diressi verso il bancomat con l’istinto di prenderla per le caviglie e tirarla oltre le auto in sosta, a mo’ di lancio del martello. Mi accostai a lei, premetti il tasto Annulla operazione e con una voce proveniente dall’abisso delle mie violenze represse, sussurrai a quella graziosa testolina “le dispiace se provo io? Signora”. La nonna riprese tremante il suo bancomat. La fissai con gli occhi pompati di sangue, il respiro affannato e i denti tanto stretti da tagliare il fil di ferro. L’anziana raccolse in fretta entrambe le sporte e continuai a fissarla mentre indietreggiava terrorizzata. Poi la vidi sparire dietro l’angolo al termine del marciapiede. Sentii in lontananza il rumore di un barattolo cadere a terra e lo vidi rotolare da dietro l’angolo; ma nessuno tornò a prenderlo.
Mi ricomposi, feci un lungo respiro, restituii i miei occhi alle rispettive orbite, presi la mia carta e, dopo averla inserirla nel bancomat, esplosi in una risata isterica.

Sospensione momentanea del servizio.