La lavanderia self service

Mi chiamo Paul Simon, ho trentasette anni, e secondo il mio psicanalista manifesto tutti i sintomi della sindrome di Asperger. In questo momento sono le 17:38 e fra circa venti minuti andrò a concimare le radici di una nuova vita che porterà in sé i germi invernali del nostro scontento. Non guardatemi così e non lasciatevi tradire dal mio sorriso: non voglio che capiate.
Voglio solo che ascoltiate.

Quella che stringo in pugno è una bomba a mano e fino a quando la spoletta resterà inserita nella sua guida, avrete tutti le stesse possibilità di ritornare a casa, rivedere i vostri figli e organizzare una partita a tennis domenica prossima con il marito della vostra amante. In caso contrario, se qualcuno si azzarda a muovere anche un muscolo, l’ultimo ricordo che vi resterà impresso negli occhi sarà la vista di questa merda di lavanderia da venti metri d’altezza, prima che la vostra testa rimbalzi sull’asfalto umido di sangue e frattaglie.

Pensate sia pazzo? Uno scarto di questa società senza finestre? Beh, vi sbagliate. Non sono uno di quelli che crede nell’ingiustizia della vita ma, vi confesso, non mi sarebbe dispiaciuto se ogni tanto il treno della gratificazione, della felicità, dell’oblio o chiamatelo come volete, avesse sostato anche solo per un momento nella mia stazione di frontiera. No. Ha sempre tirato dritto. E laddove ho cercato di manifestare la mia esistenza ho ricevuto in risposta soltanto rifiuti o sorrisi disegnati. Forse è colpa mia?

Valuto le persone in base al tempo che ci mettono a deludermi, disse un tizio. E può darsi sia per questo motivo che l’amicizia ha sempre avuto per me un significato, un significato surreale. Stesso vale per le donne. In fondo non sono un uomo dall’aspetto sgradevole, potreste negarlo? Eppure l’unica volta che ho avuto la possibilità di unirmi a una donna fu per contratto e, anche in quell’occasione, a copulare furono solo i miei pensieri. Non compresi il perché di quel rifiuto fino a quando non ho cercato di immedesimarmi in lei. Vedere attraverso i suoi occhi. Vedere me.
E non fu una cosa piacevole.

Le persone inginocchiate ai miei piedi sono innocenti, lo so benissimo, e non crediate che non mi dispiaccia. Non sono tenuto a dirvi perché sto facendo questo e l’unica cosa di cui mi pento è di non averlo fatto prima. Mi ritenete un mostro, vero? Ma cosa fareste voi, al posto mio, se vi accorgeste un giorno di vivere la vostra vita con la testa infilata nella strozzatura di una clessidra, a chiedervi ogni minuto da dove stia entrando la sabbia che vomitate? E’ la solitudine a desertificare i nostri cuori o c’è qualcuno che quella sabbia ce la sta spingendo a forza nel culo? Tutta la vita così.

Sono nato al Kings County Hospital di Brooklyn alle 18.00 in punto di un giorno pieno di sole. Magari è per questo motivo che ho sempre immaginato la mia esistenza come una persiana. Una persiana diroccata. Una di quelle vecchie finestre di legno scorticato che disegnano a terra insolite forme d’ombra e incertezze, come quella che mi ha visto nascere. I volti attorno a me erano sorridenti, amorevoli e gioiosi. Tranne uno. L’unico volto torvo e dagli occhi pieni di sabbia.

Ho provato a parlarne, a condividere come dicono i medici, ma nessuno mi ha mai prestato orecchio o si sia mai sforzato di capire – e farmi capire – che tutto ciò di cui avevo bisogno era molto più vicino di quanto si potesse immaginare. Ma ormai è tardi e se voi poliziotti pensate che quei fucili puntati mi spaventino, è evidente che non siete in grado di comprendere il confine oltre il quale la sofferenza umana può arrivare. Ho superato quel limite più e più volte ma arriva un momento in cui una sensazione indescrivibile, un proiettile di ghiaccio che ti trapassa il petto senza lasciare traccia, ti pieghi le ginocchia e ti spinga a sfogare il tuo pianto accorato tra le uniche braccia in grado di ascoltarti, quelle della rassegnazione. Ed è questo il momento in cui capisci che la morte non va temuta, ma corteggiata.

Non abbiate paura di morire e pensate a ciò che verrà. Pensate al silenzio, all’abbandono, pensate all’attimo del trapasso e a quella sensazione d’inestimabile distacco che pone fine a tutti i nostri dolori e a quei pensieri malevoli che ci picchiettano il cervello. Pensate che potrete raggiungere chi vi ha preceduto e non aspetta altro che rivedervi. Pensate. Mancano ormai pochi secondi alla dipartita e sebbene fra non molto le porte dell’inferno si apriranno per tutti e accoglieranno solo me, sebbene sia in debito con chi ha sperato fino all’ultimo che io cambiassi idea, l’unica immagine riflessa tra gli specchi della mia mente ritrae il volto di chi non è qui. Non lo è mai stato. E mai lo saprà.
Mamma.