La partita a dama

Sono seduto a gambe incrociate in cima a una collina che sembra quella del desktop di Windows XP. Il cielo è di un azzurro intenso e le nuvole volano a braccetto, spettinate alle estremità da una leggera brezza primaverile. Il colore della collina è il grass green della Faber-Castell e i ciuffi d’erba creano nel loro insieme una buffa acconciatura anni ’80, quella con la riga a sinistra. Davanti a me c’è una scimmia, di non so quale razza, che mi guarda con aria di sufficienza e con la voce di Angelo Bernabucci mi fa: “aho tocca a te, nun dormi’”. Avanzo con la pedina bianca sulla diagonale. Lei mi sorride a denti stretti, come il fumetto disegnato sull’omonima rubrica de La settimana enigmistica. Forse se l’aspettava.
Allora la scimmia muove in avanti la pedina nera, mangia la mia e mi sputa su una mano. Io alzo la testa e le indirizzo un’espressione come per dire che cazzo fai? e quella mi continua a squadrare con sufficienza. Allora posiziono la dama a copertura delle due pedine bianche a metà scacchiera. La scimmia prende l’altra mia dama, la “soffia” – dice che non ho mangiato la sua – e mi sputa sulla stessa mano di prima.
A questo punto scaravento la scacchiera al di là della collina e mi lancio contro l’animale. Ne nasce un’accesa rissa e nella foga ruzzoliamo a valle. La scimmia batte la testa contro l’icona Risorse del computer e resta a terra tramortita. Ne approfitto, le salto sopra e comincio a tempestarla di pugni sul muso, sempre più forti, ma mi accorgo che sto picchiando una maschera. Sollevo lentamente la maschera e scopro che sotto la cartapesta c’è il mio volto tumefatto. Poi mi sveglio.
Sempre lo stesso sogno, sempre le stesse azioni.
Lei che ne pensa dottore, perché mi dimentico sempre di mangiare la sua dama e mi faccio soffiare la mia?