Le ultime disavventure del giovane cambusiere Percy Shelley

Il diario di bordo riportava la data del 16 giugno 1868 e l’ultima posizione registrata dal capitano Francis Barret Browning, collocava la nave mercantile Mayflower a trenta miglia a sud ovest delle coste della Guinea. Tra i principali danni subiti dal veliero a causa della tempesta, vi era la spezzatura dell’albero di maestra alla prima crocetta e l’allagamento del pozzo di sentina. Il Mayflower, ormai ingovernabile, mantenne una certa stabilità alla cappa per due giorni. Poi, come una megattera che intona il suo requiem, il mercantile si coricò gravemente sulla murata di dritta e, alle prime luci dell’alba, l’albero di bompresso si inabissò insieme a gran parte dell’equipaggio e al cospicuo carico di caffè, seta e indaco.

* * *

Percy Shelley, secondo cambusiere di bordo, aveva il lato sinistro della faccia immerso nella sabbia del bagnasciuga. Mentre le onde lambivano le sue gambe scottate dal sole, un paio di granchi stavano punzecchiando la punta delle sue dita rigate. Le labbra erano spaccate dalla salsedine e la gola ardeva ancora dopo le urla della notte precedente quando, aggrappato a ciò che rimaneva di una botte di rum, gridava l’aiuto di qualche superstite. Sollevò la testa e la girò lentamente, creando con il mento un sottile semicerchio sulla sabbia bagnata. La luce  intensa rendeva la vista difficoltosa ma riuscì comunque a distinguere una folta vegetazione non molto distante da lui, con delle palme da dattero che facevano capolino. La sabbia bianchissima si perdeva in una lunga lingua di spiaggia e sul versante alla sua destra s’intravedeva una piccola altura verdeggiante.

Il giovane Percy accennò un sorriso ma fu subito infastidito dal bruciore alle labbra e dal dolore alla tempia sinistra, lacerata da un profondo taglio non ancora rimarginato. Non riusciva a capire quanto ci fosse di sogno e quanto di vero tra quei ricordi che pian piano si staccavano dal fondo della memoria e tornavano a galla, tra le urla degli uomini e il lamento agonizzante del Mayflower. Era sul punto di ululare di gioia ma il ricordo degli occhi vitrei dei compagni, non ancora inghiottiti dal mare, glielo impedirono. Era esausto, aveva bisogno d’ombra ma soprattutto era assetato. Cominciò a camminare lentamente, zigzagando verso la foresta quando in prossimità dei fusti udì il suono, mai così melodioso, dello scroscio dell’acqua. Si fece largo tra la fitta vegetazione e corse sempre più velocemente verso l’origine della melodia mentre la temperatura si abbassava sensibilmente, così come l’intensità del sole.

Dopo dieci minuti di cammino, reso ancor più difficoltoso dal terreno fangoso, Percy cominciò ad avvertire sulla pelle l’acqua fresca nebulizzata nell’aria. All’improvviso, come aprendo un sipario, scostò un’enorme foglia dalla forma lanceolata e si trovò davanti il dipinto di una scena idilliaca. Una piccola cascata alta circa cinque metri, con alle spalle un’aureola multicolore, si tuffava al centro di un pozzo naturale creando la miniatura di un paesaggio lacustre dalle matrici divine. Percy si spogliò, prese la rincorsa e si lanciò al centro del piccolo lago in un tuffo goffo e scomposto. Bevve a sazietà e si andò a sdraiare su un enorme ramo che correva a filo d’acqua. Mentre cercava di riprendere fiato, sentì in lontananza voci indigene intonare un canto dai ritmi allegri e cadenzati. Incuriosito, indossò nuovamente i pantaloni e si diresse di buona lena verso quelle voci in festa.

Le fronde degli alberi erano altissime e il loro movimento continuo creava un sottofondo ipnotizzante. La pendenza aumentava gradualmente e le voci dell’allegra comitiva erano sempre più vicine. Sebbene la vegetazione fosse così fitta e rigogliosa da creare un vero e proprio muro verde davanti a lui, Percy riuscì a vedere a una cinquantina di metri un gruppo di uomini e donne seminude che cantavano intorno a un’enorme pietra a forma di biscotto. Gli uomini avevano la pelle scura, indossavano alla vita dei drappi di colore nero e giallo, alcuni lacci verdi legati alla parte superire dei bicipiti e zanne feline conficcate nei lobi. Le donne avevano i seni nudi e il bacino coperto da filamenti di palma, i capelli rasati e le guance decorate con disegni astratti. I volti di ognuno erano sorridenti e il biscotto era pieno di frutta variopinta e carne cotta, probabilmente di quattro o cinque grossi cinghiali.

I membri del piccolo villaggio non sembravano ostili e Percy era sul punto di uscire allo scoperto quando il suo volto si dipinse di orrore. Sulla destra del banchetto, scorse una catasta di teste a formare una piccola piramide, tra le quali riconobbe anche quella del capitano Browning. Percy sgranò gli occhi, si premette violentemente la mano contro la bocca per non vomitare ma non riuscì a trattenere un brevissimo grido. I commensali non lo udirono ma i suoi occhi s’incrociarono con il viso di un bambino, vestito come erano vestiti gli uomini, che masticava qualcosa di simile a una piccola pannocchia o, forse no. Era l’alluce di un essere umano, Mio Dio! Il bambino lo guardò senza neanche scomporsi e, in un linguaggio incomprensibile, chiamò a raccolta una decina di suoi amichetti, per un totale di otto ragazzini dalle mascelle masticanti.

Uno di loro teneva con la mano sinistra un orecchio senza il lobo e, con l’altra, un bulbo oculare con i filamenti nervosi ancora attaccati. Percy li guardò inorridito. Dopo un veloce raffronto tra ciò che stava masticando e le più ghiotte dimensioni di Percy, il bambino fece uno cenno agli altri suoi amichetti e all’unisono saltarono tutti sul giovane cambusiere. I ragazzini cominciarono a morderlo sulle braccia e sulle cosce e Percy istintivamente scaraventò con un calcio uno di quei piccoli demoni oltre la vegetazione. I tamburi cessarono di suonare, i bambini si dileguarono e quello a terra cominciò a piangere. Fu in quel momento che la compagnia di cannibali si accorse della presenza dell’intruso e si diresse in massa verso di lui. Un coro indistinto di uomini e donne si miscelò a un prolungato e isterico “oh, cazzo!”

* * *

Percy corse con foga cercando di ripercorrere la stessa strada che portava al piccolo lago divino. Ogni volta che voltava la testa non riusciva a scorgere i suoi inseguitori ma vedeva la foresta prendere vita e udiva le voci sempre più vicine e aggressive. All’improvviso inciampò, cadde con la schiena su uno scivolo d’erba e fece un volo di una ventina di metri, fino a centrare un piccolo ma profondo specchio d’acqua. Tornò a galla e sentì le voci sopra di lui che si allontanavano velocemente. Raggiunse la riva. Con il respiro affannato e il cuore che batteva all’impazzata, si sdraiò a terrà. Portò le mani al volto e cominciò a piangere, in preda al panico e ancora incredulo per ciò che aveva visto poco prima.

Dopo alcuni minuti, fece un lungo respiro e si alzò in piedi. Aveva bisogno di raggiungere un punto elevato per capire dove fosse e in che modo allontanarsi da quell’incubo e decise così di incamminarsi verso il promontorio che aveva scorto dalla spiaggia. Dopo circa un’ora di cammino, quando la sommità della collina era a quasi cinquecento metri dalla sua posizione, udì il grido supplichevole di un uomo. Per un attimo rimase pietrificato, pensando che fossero i cannibali ma la voce gli era familiare. Al grido si sostituirono i lamenti continui e sovrapposti di altri uomini che si interrompevano a ritmi costanti. Percy deviò dalla sua direzione alla ricerca dell’origine delle voci. Non molto distante, vide una decina di capanne costruite alla bell’e meglio, probabilmente con feci di animali essiccate e rami accatastati. Man mano che si avvicinava, cominciavano a prendere forma anche le sagome di alcuni uomini dalla pelle olivastra e le braccia tatuate, disposti a semicerchio dietro ad alcuni membri dell’equipaggio. A Percy si ghiacciò il sangue quando capì che quei marinai, tutti denudati, imbavagliati e immobilizzati a terra su un grosso tronco, erano i piatti forte di un tipo di banchetto diverso dal precedente.

Il giovane cambusiere prese un sasso da terra e lo lanciò con tutta la sua forza contro uno dei sodomiti, centrandolo in piena testa. Poi uscì allo scoperto brandendo un grosso bastone nell’intento di spaventarli, ma la sua azione improvvisata attirò l’attenzione di una trentina di altri pervertiti che uscirono contemporaneamente dalle capanne. I suoi compagni di mare lo riconobbero subito e mugugnando lo implorarono di essere liberati. Percy, dopo essersi accorto di non aver alcuna possibilità di vittoria, li guardò con compassione e fuggì via mentre il drappello di sodomiti infuriati lo inseguiva a lance spiegate. Percy raggiunse la cima della collina e con l’agilità di una scimmia si arrampicò sul fusto di un albero, nascondendosi tra le fronde.

Mentre attendeva che gli inseguitori se ne andassero, vide a largo un cutter inglese gettare l’ancora nella rada. Da quella posizione riuscì anche a vedere i resti del Mayflower sparsi per un raggio di parecchi metri insieme a ciò che restava a galla del suo carico. Dopo qualche minuto, gli uomini tatuati se ne andarono e Percy scese lentamente dall’albero. Accertatosi dell’assenza di indigeni, individuò la strada più rapida per raggiungere la spiaggia e cominciò a correre. Raggiunse una grossa radura ma dopo un centinaio di metri si trovò la strada sbarrata dalla tribù dai lobi dentati. Erano quelli di prima. Tornò rapidamente sui suoi passi, intento a rifugiarsi sullo stesso albero ma ad attenderlo stavolta c’erano gli uomini con gli sguardi incazzati.

Percy si fermò rassegnato, abbassò la testa e si accasciò esausto sulle sue ginocchia. A un tratto sentì un gran chiasso provenire da tutte le direzioni. Alzò il capo e vide due uomini staccarsi ognuno dal rispettivo gruppo e incontrarsi a metà strada, a pochi metri da dove era inginocchiato. I due cominciarono a discutere animatamente, infervorati dalle rispettive fazioni ma nessuno sembrava cedere alle richieste dell’altro. A tratti si rivolsero verso il giovane marinaio, primo l’uno poi l’altro e nella loro lingua incomprensibile portavano le mani al petto come per dirgli vieni con me! (così ti cucino) e l’altro, no vieni con me! (così ti impalo). La tensione era palpabile e i due gruppi sembravano sull’orlo di una guerra tribale. Percy era pronto a tentare di nuovo la fuga non appena i due si fossero distratti. Poi l’imprevedibile. Il pervertito fece un’ultima proposta all’antropofago il quale, dopo un attimo di riflessione, incurvò le labbra verso il basso e annuì.

Avevano trovato un accordo.