Mi pento

Mi svegliai di soprassalto e quando aprii gli occhi ebbi giusto il tempo di vedere quello strano animale, una specie di topo con la testa di coniglio, strapparmi un brandello di carne dalla base del polpaccio e correre via. Non era solo, ne avevo almeno una decina tutt’intorno, di quegli strani esseri dai denti aguzzi e la coda a punta.
Con gli occhi iniettati di sangue, cominciarono in successione a saltarmi sul petto e sulle gambe uno a uno, alternandosi a mordere e rosicchiare le parti già lacerate di carne viva che via via si facevano sempre più profonde e sanguinanti.
Non riuscivo a muovermi né a gridare. Sentivo solo un dolore lancinante corrermi per il corpo, come una scarica voltaica, come se fossi stato immerso in una vasca d’acqua gelida. Mi contorcevo spasmodico e inarcavo la schiena ma senza poter muovere gambe e braccia, fissate saldamente a un tavolo da macellaio con cinte di cuoio.
All’improvviso quella che sembrava la luce di una lampada al neon si oscurò e la sagoma capovolta di un viso non umano si chinò su di me. Mi fissava senza muoversi.
Non vedevo i suoi occhi ma sentivo chiaramente il suo respiro profondo e dall’odore selvatico riscaldarmi il viso. Quello strano essere sollevò la sua testa dalla mia e fece lentamente il giro del tavolo lasciando che la luce gli illuminasse a poco a poco la testa e trascinando con quella specie di zampa, il manico di un pesante arnese agricolo.
Era enorme. Un enorme topo con la testa da coniglio che, a differenza degli altri, era alto non meno di due metri e con un paio di chili di coda “rattile” al seguito. Quando gli altri commensali lo videro, smisero di banchettare e si disposero ordinati e con passo solenne su entrambi i lati del mio corpo. Cercai di flettere la schiena e di abbassare il mento per capire cosa stesse tenendo in mano ma vidi solo il sangue zampillare da ogni parte del mio corpo tingendo di rosso qualsiasi cosa nel raggio di un metro. Il grosso topo mi fissò dritto negli occhi con un’espressione mista di soddisfazione e odio; impugnò alla base quell’attrezzo, che aveva le sembianze di un’affilata scure, e me l’avvicinò lentamente all’inguine per ponderare le distanze. Sollevò senza fretta l’arnese sopra la testa e, digrignando i denti, lo lasciò cadere dritto tra le mie gambe.

Mi svegliai di soprassalto, lacerando con un urlo il luminoso silenzio del mattino, e quando aprii gli occhi vidi l’espressione sgomenta e interrogativa di Elena fissare le mie mani mentre mi proteggevo il basso ventre. Ostentai un sorriso e, con visibile imbarazzo, mi alzai dal letto. Andai in bagno, accesi l’interruttore accanto allo specchio e mi sciacquai la faccia con acqua fredda. Poi restai ad osservare il colore esangue del mio viso.
Elena mi raggiunse quasi immediatamente e, come un dubbio che prima si insinua e poi ti logora, con voce scettica mi chiese:
– Ti senti bene?
– Sì, sto bene – risposi distrattamente, mentre chiudevo la manopola del rubinetto.
– Sei sicuro, mi sembri un po’ pallido.
– Era solo un brutto sogno. Ma adesso sto bene.
– Ieri sera non ti ho sentito rientrare. Hai fatto tardi?
– Tardissimo. In ufficio mi hanno “consigliato” di trattenermi – sfornando uno dei miei sorrisi più fasulli – e così ho fatto parecchi straordinari. Poi ci siamo fermati a bere qualcosa.
– Capisco. E con chi ti sei trattenuto?
Mio nonno diceva sempre, “il peccato confessato è mezzo perdonato ma, se ben nascosto, è perdonato del tutto” quindi, intuendo la presenza di un gigantesco iceberg a dritta, cambiai immediatamente rotta e, indicai con lo sguardo la sua nuova camicia da notte di seta blu.
– Vedo che abbiamo fatto shopping – le chiesi.
– Sì, e ti avrei fatto volentieri una sorpresa. Ma non c’eri – rispose in tono ammiccante.
– Potresti farmela adesso, la sorpresa.
Elena sorrise con un solo lato della bocca e i suoi occhi, impercettibilmente astiosi fino a un attimo prima, tornarono dolci e suadenti. Tirò con due dita un lembo della cinta di seta e sciolse lenta il nodo senza distogliere i suoi occhi dai miei. La vestaglia si aprì delicatamente lasciando intravedere le curve dei seni e la morbida linea dei suoi fianchi, languida come il profilo di un violoncello.
Mi voltai verso di lei, le posai una mano sulla vita e sentii i brividi sulla sua pelle. La strinsi con forza e con forza spinsi le mie labbra sulle sue, illuso di poter sciogliere il rimorso del tradimento in un abbraccio, assaporando la sua lingua liscia e dolce come la polpa dell’uva. La spinsi con il mio corpo verso il letto e la vestaglia cadde silenziosa a terra.
Mi sentivo stranamente leggero, non ero più frustrato o pentito; non ero schiacciato dal peso del rimpianto; non mi sentivo un vigliacco per ciò che avevo fatto solo poche ore prima ma provavo un inspiegabile senso di libertà; una libertà che andava via via scemando, distratta da un sapore amaro, un sapore acre, quasi vomitevole. Aprii gli occhi e la vidi osservarmi con sguardo interdetto.
– Che ti succede? – Mi disse.
– Nulla, è solo che…
Voltai leggermente la testa in direzione dello specchio; ne vidi riflessi i suoi capelli biondi, il suo dorso liscio con le nostre iniziali tatuate sulla spalla sinistra, vidi l’incavo della sua schiena bruna e poi vidi una lunga, lunghissima coda grigia spuntarle all’altezza delle natiche.
La scaraventai con veemenza sul letto e tentai di correre e chiudermi in bagno ma lei fu più rapida e vigorosa di me. Infilò una mano tra la porta e l’intercapedine, impedendomi di serrarle l’ingresso, e dalla fessura riuscii a vedere i suoi occhi diventare rosso rubino mentre dalle labbra le spuntarono due dentoni da roditore. Spalancò la porta e l’urto della sua spallata mi scaraventò a terra facendomi battere violentemente la testa sul bidè. Sentii il dolore puntellarmi la nuca e alcune gocce dense cadermi sulle spalle. Eccitata dal profumo del mio sangue, mi saltò sul petto e con una ferocia impietosa mi premette i pollici sulle palpebre fino a farmi rientrare le pupille nel cranio.

Mi svegliai di soprassalto e in completo stato d’iperventilazione mi lasciai andare a dei gemiti incontrollati. Mi stropicciai violentemente gli occhi con i palmi delle mani, assicurandomi che le mie pupille fossero sempre allo stesso posto. Cominciai a piangere in silenzio e, poco a poco, mi accolse tra le sue braccia quella sensazione di beatitudine, quella pace nel cuore che ci coccola alla fine di ogni incubo. Guardai nella penombra Elena che ancora dormiva. Mi avvicinai lentamente al suo orecchio, le scostai una ciocca di capelli che le cadeva sul viso e le dissi:
– perdonami, non succederà mai più.
Lei aprì gli occhi, si voltò lentamente verso di me e rispose:
– Squit?!?