Ossi di pollo

Da venti minuti nessuno aveva più aperto bocca. I nostri profili si riflettevano tremolanti sulle pareti della cucina, gialle di olio fritto e muffa, come le teste oblunghe di due elfi esausti.
L’elettricità tardava a tornare e il moccolo della candela stava prolungando con pigrizia il suo muco bianco sulla tovaglia plastificata, che Fiona aveva comprato un paio d’anni prima in un mercatino dell’usato. Accanto alla candela c’era una bottiglia di vodka Emerald da zero-settantacinque quasi vuota. La luce della fiamma, attraverso il vetro ondulato della bottiglia, disegnava cerchi concentrici sulla testa calva di una bambola di plastica, sdraiata supina al centro del tavolo. Nel piatto di Fiona erano rimasti gli ossi di pollo e qualche foglia d’insalata, sulle quali stava posando distrattamente la cenere dell’ultima Camel.

Tra le dita della mano sinistra continuavo ad appallottolare una mollica di pane che ormai aveva assunto la forma di una sfera piena di tante rughe sottili. La appoggiai sul tavolo e con un leggero tocco dell’indice la feci rotolare oltre il bicchiere vuoto, fino a toccare la base della bottiglia. Mi fermai per un istante, poi la ripresi e la feci rotolare di nuovo fino alla base della bottiglia. Ma stavolta la mancai e la pallina di pane cadde a terra andandosi a nascondere sotto il lavandino. Mi tornò in mente quando alle elementari, nel cortile della scuola, gareggiavo con altri bambini spingendo con un tocco delle dita la mia piccola Alfa sul circuito di un enorme vaso quadrato. Dosavo con attenzione la forza in prossimità della curva per non far andare la macchinina oltre il bordo del vaso, per non perdere il turno e ricominciare daccapo. Ma non sempre ci riuscivo.

Stavo fissando con insistenza il bicchiere, nel quale avevo appena versato due dita di vodka, quando Fiona ruppe il silenzio.
«Pensi che per me sia facile tornare da mia madre?» disse tirando su il naso e asciugandosi con il tovagliolo le borse degli occhi macchiate di nero, «ma questa non è più vita per nessuno di noi due. Ci arrivi a capirlo che se non ci fermiamo, non ci resterà neanche una briciola di dignità?»
E dopo qualche secondo: «capisco solo che un tempo non la pensavi così, o sbaglio?», le risposi strascicando le ultime due parole mentre un rigurgito d’aglio mi usciva dalle narici.
«È la scelta più giusta; e lo sai anche tu che non possiamo fare diversamente. Io mi sto logorando dietro a tutto lo schifo qui attorno e non vedo soluzioni se non quella di separare le nostre strade». Proseguì lei con ostentata calma. «Perché soluzioni non ce ne sono; perché forse il futuro me lo sono semplicemente immaginato in tutti questi anni; perché credevo che prima o poi sarebbe girata bene anche per me».

«Voi non andate da nessuna parte», dissi meccanicamente per interrompere quell’ipnotica lagna; e mandai giù d’un sorso il mezzo bicchiere, gustandomi ad occhi chiusi il piacere dell’alcool che mi sfondava lo stomaco. Sentivo a tratti la mente perdere di lucidità, quasi si spegnesse; poi la riacquistava e di nuovo veniva meno. Un po’ come i fasci di luce delle automobili che illuminavano a intermittenza il soffitto del nostro seminterrato, prima di svoltare per la rampa del cavalcavia.
«Non hai un lavoro da più di sei mesi, ti sei bevuto tutta la liquidazione e mi sono venduta pure i bottoni-omaggio delle giacche per pagare i conti», aggiunse Fiona con voce tagliente e inarcando le labbra.

Facendo sì con la testa, presi la bottiglia e notai per la prima volta che il marchio della Emerald raffigurava due serpi attorcigliate simmetricamente attorno a una pietra verde smeraldo. Poi versai di nuovo la vodka fino a metà del bicchiere e tornai a osservarlo nella speranza che magari, fissandolo, un qualche genio da bottiglia si materializzasse davanti a me e ponesse fine a questa assurda conversazione.
Nel frattempo che il genio si decidesse, le ripetei digrignando i denti, fino a farli stridere: «Voi non andate da nessuna parte». Poi mi accorsi che al suo anulare sinistro non c’era più la fede.
«Cos’altro vuoi che faccia, eh? Vuoi che mi metta a battere le strade? Vuoi che sia io chiedere al tuo capo di riassumerti dopo che gli hai sfasciato la betoniera contro il recinto del cantiere? Ma tu, cos’è che vuoi?», poi si spinse indietro facendo scricchiolare le zampe della sedia e mi abbaiò contro «Cosa vuoi da noi? Non era questa la vita che volevo, lo capisci figlio di puttana?»

«Voi non andate…». E mi bloccai. Avevo la bocca impastata e la lingua intorpidita. Poi reclinai la testa all’indietro e chiusi gli occhi. Percepivo l’elettricità delle sinapsi, riuscivo quasi a distinguerle una ad una mentre illuminavano le sottili grinze della mia corteccia come lampi nel mare che anticipano la grandine.
«Ma guardati cristo santo, sei un relitto in secca, non riesci neanche a reggerti in piedi. Mia madre mi aveva avvertito che eri un perdente e buono a nulla, che avrei ingoiato sangue per il mio desiderio di andarmene di casa, ma cazzo non credevo fino a questo punto. Sì, hai capito bene, volevo andarmene da quella casa di merda e tu eri l’unico treno disponibile. Un viaggio con un biglietto di sola andata; e per di più scaduto».
Le sue parole mi fecero sorridere e cercai il suo viso per capire se la battuta del biglietto di sola andata scaduto, fosse stata voluta o le fosse uscita per sbaglio. Lei non incontrò i miei occhi ma aspirò profondamente la sigaretta fino a raggiungere il filtro e la spense sull’ultima foglia d’insalata rimasta ancora pulita.
«Comunque sia, ormai non importa,» disse «non più. Le valigie sono pronte e…»

E fu a quel punto che le tuonai contro «Voi non andate da nessuna parte», e accecato dal sangue che mi pompava negli occhi, presi la sedia dallo schienale e la scaraventai contro il lavandino. Feci il giro del tavolo, barcollando come un birillo in fondo alla pista, e in maniera scomposta e quasi involontaria travolsi Fiona con tutto il peso del mio corpo. Poi mi misi in ginocchio e la colpii in volto più e più volte, come un esattore giapponese dell’NHK che bussa ostinato alla porta di un abbonato evasore. Uno, due, tre, otto colpi in successione, tutti con lo stesso pugno, tutti sullo stesso punto, mentre Fiona con le braccia tese cercava in ogni modo di proteggersi la faccia, senza vedere da dove venisse quel nugolo di colpi. Una volta esausto e con il petto che ansimava, fermai la mia mano. Sentii Fiona emettere un suono profondo e gutturale intervallato da singhiozzi e brevi colpi di tosse. Allora mi staccai da lei e tentai goffamente di toglierle i capelli appiccicati sul mento; appiccicati al sangue che le colava dal naso. Ma mi respinse. Mi alzai con lentezza – sentivo il vomito albeggiarmi in gola – e appoggiandomi al tavolo tentai di fermare quella giostra senza musica nella quale era stata risucchiata la cucina, e che stava trascinando via anche me.

Persi l’equilibrio e caddi di nuovo, battendo la schiena contro la maniglia del frigorifero e il coccige sul pavimento. Ero lì per imprecare quando i conati di vomito si fecero sempre più accesi. Sentivo risalire il sapore del pollo, l’odore del suo sangue. Mi piegai istintivamente su un lato e vomitai brandelli di carne con ancora la pelle e foglie d’insalata masticate a metà. Sentivo il puzzo risalirmi dalle narici e l’acido corrodermi la lingua, mentre il calore di quell’amalgama mi riscaldava il ginocchio e l’avambraccio destro.
Fiona era raggomitolata in un angolo, immersa nell’ombra dal busto in giù, con la testa appoggiata al pavimento e le mani avvinghiate ai capelli. Cercai di alzarmi spingendo con le gambe e facendo leva con la schiena ma scivolai su quella poltiglia sparsa sul pavimento e con il piede andai a colpire la zampa del tavolo. La candela cadde e si spense appena toccò la tovaglia. Fu il buio: lo schermo nero che precede l’inizio dei titoli di coda.

Dopo qualche secondo, la lampadina al vivo della cucina riacquistò vigore e i suoi filamenti incandescenti sembravano graffiarmi le pupille mentre gli occhi appannati si abituavano pian piano alla luce. Misi a fuoco le mattonelle azzurre del pavimento, le vidi riacquistare lentamente il proprio colore originario, lorde come quando prendemmo casa in affitto. Ruotai lentamente la testa e vidi che la mia sedia era capovolta e mi accorsi che sotto la seduta era ancora attaccata l’etichetta con il prezzo. Vidi la candela, riversa sul bordo del tavolo, con lo stoppino ancora fumante e la cera che aveva rigato il lato verticale della tovaglia fino a indurirsi. Poi vidi Fiona con le mani che premevano sulle orbite e le sue labbra che cristo santo non sarebbero state più le stesse con quel taglio che le attraversava obliquo. Vidi il contatore del gas sul quale erano appoggiati alcuni barattolini di spezie scadute, mezza cipolla livida e due spicchi d’aglio. Accanto al frigorifero basso vidi la televisione riflettere sullo schermo spento la silhouette di un uomo dai piedi grandi e la testa piccola. Vidi le mie scarpe sporche di bile. Vidi le nocche della mano destra, ancora rosse di sangue e rimmel. Vidi in penombra il bracciolo della poltrona affacciarsi oltre la porta senza maniglia della cucina. E dietro la poltrona vidi lei, e vidi i suoi piccoli occhi verdi. E non li dimenticherò mai più.