Primo!

Conoscevo Antonio fin da bambino. Mio padre lavorava con il suo nella falegnameria del signor Di Cinto in via Angelo Poliziano. Ogni tanto regalavano a entrambi un oggetto costruito con la colla e gli scarti del legno: a volte un carro, a volte un cavallo o una piccola casa con il tetto spiovente. Tonino viveva con il padre nel mio stesso palazzo – la madre non ce l’aveva – viveva al terzo piano di via Labicana 14 e le finestre di casa sua davano sul cortile interno. Lo stesso cortile dove spesso la sera ci si riuniva con gli altri del palazzo per mangiare insieme e per discutere. Non so di cosa. Quando i grandi parlavano di argomenti “da grandi” a noi non era permesso essere presenti e così giocavamo a rincorrerci tra le poche palme rimaste in piedi. Mia madre, donna concreta e risoluta, diceva sempre che nella vita un cervello vale più di due braccia ma che entrambi sono inutili se al momento giusto non sai correre.

Correre. Passavamo i pomeriggi a correre. Era il nostro divertimento preferito. Dalla chiesa di San Marcellino, su via Merulana, fino alle saracinesche della tipografia di viale Manzoni erano poco più di cento metri di sterrato. A turno davamo il segnale di partenza (anche se chi dava il segnale partiva sempre in anticipo). Le gambe snelle e nerborute fendevano l’aria come un coltello e il silenzio di quei pomeriggi deserti erano interrotti solamente dai nostri passi brevi e rapidi che viaggiavano alla stessa cadenza. Gomito a gomito. Devo resistere. Questa volta ce la faccio. Ce la faccio. Tonino non lo vedevo in viso perché stava continuamente un passo davanti a me. Eppure ero sicuro, anche senza scorgerlo, che aveva impresso sulla faccia il sorriso beffardo di chi sa di vincere. E la certezza me la dava a pochi metri dal traguardo quando gridava ironico “Corri Mario, corri…”. Primo! Sempre di un soffio ma mai arrivato primo. Dopo un attimo di rabbia, ci guardavamo negli occhi e, con il respiro spezzato, scoppiavamo a ridere.

Ridere. Ricordo il giorno in cui conobbe Lucia, la sua futura moglie. Per quanto coetanei, non abbiamo vissuto il periodo della pubertà in maniera parallela. A diciassette anni, quando il mio viso trapelava ormai i segni del passaggio all’età adulta, lui conservava ancora un viso fanciullesco. Aveva sotto il naso quei baffetti sparuti tipici dell’adolescenza e una voce stridula come se camminasse costantemente con le palle strizzate. Che ridere. Quando Lucia lo vide per la prima volta non deve averle fatto una buona impressione. Sarà stato per le sue mani che grondavano sudore o, forse, per i suoi discorsi scemi e balbettati. Sarà stato per il fatto che al momento delle presentazioni lei gli chiese “Come ti chiami?” e lui emozionato rispose “Bene, grazie!”. Non lo so. Quello che so è che uscirono nuovamente insieme (dopo numerose suppliche) e lui mi costrinse ad accompagnarli in un’osteria di Trastevere. Passai il pomeriggio con Tonino che per fare colpo farfugliava storie inverosimili e lei che gli rideva in faccia. E io con lei, ovviamente. Ridemmo talmente tanto che alla fine scappammo via senza pagare. “Corri Mario, corri…”. Primo!
Quando ci fermammo, ubriachi di risate, Lucia si sentiva morire.

Morire. Eravamo sul lato opposto del viale che collegava la vecchia officina al bivio per il Colosseo. La pioggia, bagnando la strada, aveva reso l’aria polverose di un sapore acre, asciutto, amaro. Mancava poco all’appuntamento e ci dovevamo sbrigare perché quei documenti erano di estrema importanza. Dall’altro lato della strada un cenno con la mano di uno dei ragazzi ci indicava la strada da percorrere. Ci guardammo negli occhi. “Chi dà la partenza?” mi chiese. “Oggi tocca a me!” e, senza neanche terminare la frase, gridai “Via!”. Le voci indistinte dei ragazzi che urlavano e il rullare dei tamburi mi rendevano nervoso. In pochi secondi persi tutto il vantaggio iniziale. Mi raggiunse, mi si accostò, tanto che il suo braccio toccò il mio. Gomito a gomito. Devo resistere. Questa volta ce la faccio. Ce la faccio. Poi un lampo, un grido e un guizzo di sangue sporcò l’asfalto. I ragazzi continuarono ad incitarmi a correre. Mi fermai. Tornai sui miei passi e con lacrime di rabbia, mi inginocchiai accanto a lui. “Corri Mario, corri…” mi sussurrò. Mentre i suoi occhi fissavano definitivamente un punto, lontano nel cielo.
Quel giorno arrivai primo.
Quel giorno una raffica tedesca lo raggiunse e lo superò.

Quel giorno era il 6 ottobre del 1943.