Sciate d’agosto sotto il sole di una lampada di Murano

Finalmente è arrivato il giorno del compleanno di Alessia. E mi sento felice come un cocainomane con una banconota da cinquecento infilata nel naso, davanti a un vassoio d’argento dopo la nevica di agosto. La banconota infilata nel mio naso è da cinque ma fa lo stesso. Per l’occasione mi sono comprato pure un completo scuro con gessatura a trame strette, impreziosito da una camicia grigio perla e da un paio di Gucci che, solamente per la loro eleganza ai piedi, potrei indossarle nudo senza rischiare di sfigurare. Ancora un ultimo tiro di coca e sono pronto.

Arrivo a casa della festeggiata con ponderato indugio: né troppo presto per non apparire ansioso, né troppo tardi per non apparire scortese. Stasera mi gioco l’asso di briscola con in tavola tre e due figure. Ad aprirmi è inaspettatamente una collega d’ufficio, a essere precisi è la collega di stanza di Alessia, ma mi prende alla sprovvista e credo non abbia gradito lo spegnersi del mio sorriso quando la riconosco. Se è vero come dicono, che la violenza delle donne sia proporzionale alla loro bruttezza, quella lì potrebbe infilarmi un’accetta nel cranio, come se tagliasse il tonno Riomare con un grissino. Capito quant’è brutta?

Le do cautamente la mano, come stai e come non stai, dove posso lasciare la giacca, mettila lì e via discorrendo. Perché poi tanti convenevoli se ci vediamo tutti i giorni lo devo ancora capire ma non importa. Non ho il coraggio di chiederglielo. Entro finalmente nella sala da pranzo dove ritrovo mio malgrado le facce di tutti i giorni. Pierino Sardi detto “telecinesi” perché riesce a spostare i bicchieri respirandogli contro; Serena Testoni, detta “Radio Serva” per le sue capacità mediatiche e di relazioni pubbliche (anche private, a detta di qualcuno); Mario Infanti detto “er vichingo” per la sua raffinatezza a tavola; e tutti gli altri.

Intravedo a fatica il tavolo del buffet dietro una schiera di cavallette travestite da impiegati statali, a loro volta travestiti da invitati dall’aspetto quasi dignitoso, dove, a farla da padrone, ci sono sfizi di ogni sorta: dal dolce al salato, dall’analcolico al “piega ginocchia”. M’inumidisco le basette, faccio un tiro e mi dirigo tronfio verso la zona adibita ai prosecchi ghiacciati e ai vini siciliani, dispensando sorrisi a destra e a manca con un solo lato della bocca. Neanche il tempo di ingollare due coppe di Zonin brut, che mi raggiungono Mariotti e Valfermi, i miei colleghi di stanza.
“Oh, mica t’avevo riconosciuto” mi fa Mariotti e, prima che io riesca a rispondere, “ti stavo per chiedere di portarmi un altro po’ di ghiaccio” rilancia Valfermi con la sua risata sincopata. Non l’ho capita. Ridono solo loro scambiandosi smorfie e sguardi d’intesa. “Grazie dell’accoglienza, adesso però andatevene, Alessia dov’è?” rispondo gelido. Fermi tutti. Ec-co-la-lì.

Prendete la bellezza criptica di Mélanie Laurent, montatele un paio di gambe alla Marlene Dietrich, vaporizzate l’aria con un delicato profumo di violette e aggiungete un pizzico di elettricità. Cuocete a fuoco lento e svegliatemi quando è pronto. Alessia entra in modalità slow-motion dall’altra parte della sala e sa bene che la sto guardando. Le donne sanno sempre quando qualcuno le osserva, anche se sono voltate di spalle, in piena notte e con un sombrero annodato al collo. Alza ammiccante il sopracciglio sinistro e mi rivolge un cenno di benvenuto. Qualcuno ha tolto l’audio per caso? Poi va via anche la luce.

Attaccano uno sguaiato “Tanti Auguri a te”, un motivetto che odio da sempre. È da quando ero bambino che mi chiedo come sia possibile che tutti stonino all’unisono sempre allo stesso punto: cominciano bene ma al terzo “… tanti auguri”, si sentono le coppe di cristallo creparsi nelle credenze.
Arriva la torta e poi il soffio di Alessia sulle candeline mentre gli sguardi invidiosi delle colleghe più mature sembrano dirle “una candelina in più anche a te, tiè”.
Finalmente torna la luce ed è il momento dei regali. Banale caffettiera automatica, banalissimo cd di Boublè con le canzoni di Natale, ridicola borsetta Prada in pelle tamburata e, dopo un’altra ventina di oggetti riciclati, finalmente tocca al mio. Signore e signori: una lampada da scrivania in vetro di Murano con una base in marmo carrarese. Che spettacolo! La sua mascella ha quasi toccato il pavimento e tutti intorno si sono ammutoliti. È il momento di calare l’asso. “Come minimo adesso devi ringraziarci tutti con un bacio”, le dico a voce alta ventilando l’idea di prenderla tra le braccia e, dopo averla calamitata con il mio sguardo traente, infilarle la lingua-visitors lungo l’esofago.

Mariotti comincia a strattonarmi per la manica della giacca, poi si avvicina all’orecchio e mi fa “Ottima mossa, socio!” mentre quasi contemporaneamente Valsecchi mi sussurra eccitato all’altezza dell’altro lobo “Ormai è tua, daje!”. All’inizio Alessia sembra imbarazzata della mia proposta ma poi, incitata dal resto del gruppo, comincia il giro di baci e ringraziamenti. Bacio! Bacio Bacio! Qualcuno mette su un brano sconosciuto di Joe Cocker a tutto volume mentre altri stanno portando i regali appena scartati nella stanza attigua. Grazie e bacio, grazie e bacio, grazie e bacio, graz… Oh! Un guappo biondo del quale riesco a vedere solo la nuca, la bacia sulla guancia e le appoggia una mano sul fianco con inconsueta disinvolta confidenza. E quello chi cazzo è? Poi le sussurra qualcosa all’orecchio. Ci deve essere un equivoco: Alessia io sono qui! Sono sicuro che adesso lo allontana brutalmente e gli molla una sberla. Niente, neanche un cenno di rimostranza. Lei lo abbraccia, sembra quasi divertita. Poi finalmente si separano e in mezzo al viso sorridente di lei e quello sornione di lui appare l’urlo sordo e incredulo di Munch.

Con gli occhi ancora esorbitati giro su me stesso e, senza chiudere la bocca pendula, mi dirigo zombiettando verso una poltrona sulla quale lascio crollare tutta la mia agonia. E abbassate sta musica, che siete sordi? Una pacca sulla spalla destra e una sulla sinistra sono i soli gesti di sostegno che ricevo da Mariotti e Valfermi. Anche loro sono senza parole. La stanza si allunga all’infinito e quel divano che sembrava a un passo, ora è un punto lontanissimo. Vedo attorno a me facce sorridenti dai profili deformati che si trasformano in demoni dagli occhi di brace. Ma voi non sentite caldo? Allento il nodo della cravatta e mi faccio un altro tiro. Ora ho proprio bisogno di stendermi.

Mi alzo dalla poltrona, trovo una porta obliqua ma non riesco a girare il pomello perché continua a spostarsi non appena avvicino la mano. Finalmente lo catturo e lo tiro con forza sempre crescente ma la porta non si apre. Spingo e tiro con veemenza rischiando di rompere i cardini e chiedendo ai santi perché abbiano chiuso la porta. Spingo e tiro, spingo e tiro e… e poi una voce maschile alle mie spalle dice distrattamente: “scorre”. “Cosa?” rispondo io fermandomi di colpo. “La porta”, scandisce la voce alle mie spalle, “è scorrevole”.
Ah.

Apro e finalmente entro nella stanza. È la camera da letto di quella troia e attorno ci sono tutti i regali della festa. Chiudo la porta scorrevole e vedo i vari frullatori, compact disc, caffettiere, borsette e trousse ordinati meticolosamente su uno scaffale in mogano. Un attimo dopo sento la musica irrompere nella stanza e un delicato profumo di violette spandersi nell’aria. Mi volto e spero di vedere lei. Ma al suo posto un essere viscido dalle sembianze mefistofeliche e le muliebri movenze si avvicina guardingo a me. Sento il suo respiro caustico sul viso e il suo sguardo lacerarmi le palpebre. “Stai lontano, essere immondo”, grido sconvolto mentre il gel comincia a colarmi lungo il collo. Ma la creatura non mi ascolta e con passi lenti e misurati continua ad avvicinarsi. “Che stai dicendo? Rilassati, ti senti bene?” mi dice con voce melliflua. Indietreggio terrorizzato e a tastoni cerco di capire cosa ci sia dietro di me.

Con la punta delle dita individuo un oggetto pesante e freddo come una lampada da scrivania in vetro di Murano con una base in marmo carrarese. La impugno dallo stelo e la brandisco davanti all’essere deforme con la speranza di impaurirlo e cacciarlo via. Ma non si allontana. Sono ormai alle strette. Racimolo tutta la forza che posso e mi scaravento contro il demone e comincio a colpirlo ripetutamente con la base di marmo sulla testa. Il demone si dimena convulsamente ma non ha scampo e finisco per spaccargli quella testa da cavernicolo, con lo stesso rumore di un’anguria appena aperta al mercato, davanti al fruttivendolo che fa “a signo’, assaggi sto cocomero, è ‘n zucchero”.

È finita. Sono esausto ma salvo. I buoni vincono e i cattivi soccombono, penso mentre con la lingua raggiungo una goccia di sangue finita poco sotto il mio naso. Mi stendo sul letto e cerco nella tasca dei pantaloni lo sky pass per un’altra sciata d’agosto. Ma proprio in quel momento la musica a tutto volume comincia di nuovo a disturbarmi. E abbassate sta musica, che siete sordi? Mi volto per andare a chiudere la porta ma davanti a me c’è il guappo biondo nella sua forma originaria. E mi gela il sangue quando urla: “Che cazzo hai fatto a mia sorella?”