Tedoforo e Agamennone

La lancetta solletica i minuti, li accarezza, li accompagna, li sfiora e scende, giù, fino a mezza via, fino a cambiare rotta, senza sosta, senza fiato sale e risale ai tre quarti, poi dritta allo Zenith. Trilla la sveglia. Sono le sette di un mattino di marzo rallegrato dalle gocce delicate di una pioggia inaspettata. Tedoforo è sdraiato supino. Apre le palpebre e in un momento le sue pupille mettono a fuoco i contorni raffinati del soffitto bianco panna. Bacia delicatamente la nuca di sua moglie e adagio si siede sul bordo del letto. Distende la base del collo abbassando il mento e ruotando la testa in senso orario e poi antiorario. Chiude gli occhi e inspira profondo per svegliare il cervello: ossigeno dalle narici e bolle di energia nelle vene. Poi espira silenzioso e ancora da capo.

Un ruggito, forse un lamento, un canto stizzoso fa ondeggiare le tende della stanza. C’è odore di birra nell’aria e una mosca è rimasta appiccicata al bordo di un piatto ricoperto di sugo di carne. L’orologio sul davanzale segna le otto e quaranta, quello sul comò è fermo da un paio d’anni e il digitale accanto al letto sta per indicare le sette. Trilla la sveglia. Sono le sette di un mattino piovoso di un giorno qualunque di un marzo del cazzo. Agamennone è sdraiato sul fianco sinistro. Il ventre prominente gli impedisce di rilassare i muscoli, tesi come la pelle di tamburo, e di appoggiare il petto al materasso. Dopo un pugno alla sveglia, resta da togliere quel sapore amaro dalla bocca impastata di cipolla e pancetta affumicata. Proverebbe a coprirlo con due dita di bourbon ma sono giorni che quella dannata bottiglia si è persa per casa.

Tedoforo si alza, apre la finestra e inspira sorridente il profumo frizzante della pioggia, mista a terra e polvere di cemento. Chiude le imposte e, dopo aver attivato i led in corridoio, si dirige deciso verso la cucina. Con la tazza di caffé ancora fumante si accomoda sul divano in soggiorno e accende la tv per aggiornarsi sulle ultime oscillazioni del NASDAQ. Sulla parete, una laurea in cornice, due master e numerose foto con agli amici di sempre. Dopo qualche minuto lo raggiunge sua moglie che, con un sorriso irresistibile, lo convince a spegnere la televisione e lo esorta a suo modo a saltare l’ufficio. Ma c’è una riunione importante stamattina e non si può rimandare. Sull’albero di fronte un giovane pettirosso cinguetta il buongiorno al mondo e vola via.

Agamennone è ancora nel letto. I suoi pensieri stanno ostinatamente tentando l’arrocco nell’eterna partita con Morfeo. Si gira goffamente sul fianco sinistro e il cigolio della rete è testimone crudele di cene solitarie a base di pasta precotta e insaccati scaduti. Trova la forza e sbuffando si alza in piedi. Le ginocchia ossute e le cosce magre sembrano dover crollare da un momento all’altro sotto il peso del busto mentre il signor Infarto è sempre lì alla porta che aspetta incerto se suonare il campanello. In cucina, al centro del pavimento, ancora appiccicoso di senape e marmellata, c’è un tavolo in fòrmica e due sedie di cui una è zoppa. Nel frigorifero una scatola di latte di chissà quando, quattro palle di profiterole di incerta provenienza e un paio di plum cake. Dal soffitto, un piccolo ragno grigio lo osserva, appeso al suo sottile filo di bava.

Tedoforo prende il calibro, misura il bicipite e segna sulla tabella di allenamento una percentuale di grasso dello 0,8%. Stabile. Doccia fredda a tonificare i muscoli. Denti lindi. Ora la rasatura: lenta e dettagliata. La lama leviga e accarezza il viso recidendo ogni pelo dal suo bulbo, traccia linee perfette e prestabilite. Basetta, guancia, mento, collo. Lentamente. Basetta; guancia; mento; collo. Tolta la peluria, un massaggio distensivo all’aloe. Solo un momento per ammirare la sua collezione di premi e riconoscimenti e poi venti sollevamenti alla sbarra per rafforzare il bicipite del braccio destro e venti per il sinistro. E’ la volta della panca. Busto più in alto possibile, isolando e contraendo l’addome per evitare di scaricare lo sforzo sulla parte superiore del tronco. Così può bastare. Scarpe lucide da riflettere le stelle, calzoni in piega, doppiopetto gessato e immacolato. Nodo all’inglese.

Con gli occhi ancora socchiusi e la bocca che mastica distratta l’ultimo plum cake, Agamennone è in procinto di intraprendere il consueto rapporto mattutino. Dopo dieci minuti di assorta contemplazione e con alcune pagine ancora da sfogliare del nuovo numero di Play Boy, le gambe cominciano a formicolare. Una rapida lavata al viso e un paio di gargarismi con il collutorio Freshdent. Ora l’inevitabile vestizione. Ecco i calzoni appallottolati sul divano in salotto, ecco la camicia umida del giorno precedente ed ecco la giacca appena ritirata dalla tintoria con ancora il cartellino attaccato. Dopo un paio di bestemmie escono fuori anche le scarpe. In lontananza, tra i cuscini del divano, una cravatta bordeaux con macchie irregolari d’olio e senape. Troppo tardi per trovarne un’altra. E’ ora di andare.

Tedoforo dà un bacio a sua moglie, le ricorda la cena di domani sera e scende impettito le scale in marmo. Saluta con un leggero inchino la sua vicina di casa, che tutte le mattine annaffia i fiori del pianerottolo, raggiunge l’androne, fa un cenno d’intesa al portiere, che ha appena finito di distribuire la posta, e sale sulla sua Bmw nera metallizzata con i vetri fumé. Il profumo della pelle dei sedili lo inebria e il rombo del motore, così baritonale e sensualmente trasgressivo, è un concerto d’archi su diffusori Bose. Accende i fari ed esce disinvolto dal garage. Svoltato l’angolo, la strada è libera, la nebbia si è diradata e il cielo è ormai sereno. Acquista un po’ di velocità per distendere la voce del suo baritono mentre il vento entra prepotente dai finestrini anteriori. Il semaforo all’incrocio lampeggia. Alla propria sinistra una Golf rosso pastello del ’95 attira la sua attenzione.

La porta non si chiude. Sono mesi che scrive su centinaia di fogli volanti di farla riparare ma niente. E’ in ritardo. Agamennone scende le scale e raggiunge il cortile dove incontra il portiere che lo saluta con un sorriso insolito. L’idea di lasciare lo scooter davanti al passo carrabile non è stata delle migliori. E’ stato rimosso dai vigili. Se la macchina non ha fatto la stessa fine dovrebbe essere ancora parcheggiata all’angolo. Eccola! Agamennone torna al suo appartamento, trova le chiavi, riscende le scale e raggiunge il cortile dove incontra nuovamente il portiere sorridente. Resuscita la sua Golf rosso pastello del ’95 e, senza neanche darle il tempo di riscaldarsi, parte incurante dello stridio delle gomme. Il ritardo aumenta e la velocità sale di contrappasso mentre il semaforo all’incrocio lampeggia. Alla propria destra una Bmw nera metallizzata con i vetri fumé attira la sua attenzione.

L’impatto è violento. Violentissimo. L’auto di Tedoforo è colpita in pieno dal muso della Golf. Il colpo gli fa battere la tempia sinistra contro il finestrino, riducendolo in frantumi. Un rivolo di sangue gli disegna la fronte e delicatamente si adagia sul doppiopetto gessato: come una rosa scarlatta, una pochette, un tocco di classe. Non un gesto, non una parola. Il soffio delicato dell’airbag che senza fretta si sgonfia e gli accarezza il viso. La cintura gli ha quasi reciso un orecchio e la radio ha smesso di cantare. Il naso è salvo ma la schiena fa male (tremendamente male) eppure i suoi pensieri viaggiano altrove. Distanti anni luce da quella strada, si soffermano su un giorno preciso, il ricordo di una frase, sulla voce di sua moglie: “presto saremo in tre”.

L’impatto è violento. Violentissimo. Agamennone viene catapultato fuori dalla Golf, come un randagio sputa un osso di traverso, rotola scomposto per una decina di metri e s’accascia alla base di un palo della luce. I suoi occhi fissano una lunga trave sul marciapiede ma non provano dolore. Anche le mani toccano l’asfalto ma non provano alcun dolore. Le gambe cominciano a riscaldarsi sotto il sole mentre la sua mente si chiede dove abbia perso il suo dolore. Sarà assopito da un matrimonio naufragato per le continue scappatelle pomeridiane? Sarà alla ricerca dei figli che aveva e che adesso sono i figli di qualcun altro? Quanti ricordi persi tra i ricordi e prostrati su una lunga lingua di cemento. Eppure non si muove. I suoi occhi tornano a fissare quella trave. Quella lunga trave che gli esce dalla pancia. E si addormenta.

Per la via solo silenzio. Qualche pezzo di plastica ancora vacilla e l’odore acre della gomma bruciata sull’asfalto. Silenzio. Ovunque. Da lontano alcuni curiosi guardano sgomenti l’epilogo di quell’incontro. Dopo qualche minuto, l’eco ridondante dell’ambulanza che arriva, preleva e vola via come un canadaire diretto verso un incendio lontano. In ospedale due sale operatorie gremite di chirurghi, infermieri e anestesisti, attendono il loro arrivo. Sono ridotti veramente male. Le equipe si consultano. C’è chi non parla e abbassa gli occhi e c’è chi scuote la testa. Qualcuno annuisce. Se ne può salvare solo uno: si utilizzeranno gli organi ancora integri dell’uno per salvare l’altro ma bisogna far presto, occorre un trapianto immediato. Sul pavimento del corridoio, tra le due sale operatorie, è caduta una monetina. Ruota e ruota e ruota su se stessa, vibra rumorosa e nel buio si posa.

La lancetta solletica i minuti, li accarezza, li accompagna, li sfiora e scende, giù, fino a mezza via, fino a cambiare rotta, senza sosta, senza fiato sale e risale ai tre quarti, poi dritta allo Zenith. Trilla la sveglia. Sono le sette di un mattino di agosto rallegrato dalle gocce delicate di una pioggia inaspettata. Agamennone è sdraiato supino. Da ieri è di nuovo a casa. Ha un fegato nuovo, una milza sana ed è dimagrito una ventina di chili. Potrebbe tornare da sua moglie, riconciliarsi con lei e riabbracciare i suoi figli. Potrebbe. Mille idee gli passano per la testa, mille futuri possibili si avvicendano tra le pagine del suo destino ma nessuno degno d’attenzione. L’unico suo pensiero in questo momento è sapere che fine abbia fatto quella dannata bottiglia di bourbon.