Una serata speciale

Sono morto.
In una notte umida.
In una notte umida di una morte stupida.

Appoggiato al portone di casa da circa venti minuti, stavo giusto notando che la Merit era accesa solo da un lato quando, in lontananza, vidi i fari del nuovo suv di Davide lampeggiare insistenti nella mia direzione. L’Audi Q7 bianca di zecca, si fermò in doppia fila davanti a me e Davide scese intonando le sue consuete scuse di circostanza. Mentre davo l’ultima boccata di sigaretta, lui aprì lo sportello posteriore dai vetri fumé e mi presentò Cinzia: centosettanta centimetri di femminilità pura, strizzati in un tubino di pelle, e due stivali lucidi al ginocchio. Appena la vidi, il mio cervello andò in reset, la sigaretta restò penzoloni attaccata al labbro superiore e mi tornò alla mente il terzo gol di Montella al 37’ durante il derby del 10 marzo 2002. Oh! Svegliati! Disse Davide esortandomi a riportare gli occhi nelle orbite e a rendergli una parte del suo anticipo. Quella “Venere su tacchi a spillo”, si faceva pagare la bellezza di 100 euro l’ora.

Antonio si sarebbe dovuto sposare, di lì a qualche giorno, con una ragazza di Siracusa conosciuta in campeggio un paio d’anni prima. La chiesa, non molto distante da Villa Ada, era stata prenotata da diversi mesi ma, a volte capita, i programmi di lungo respiro hanno purtroppo vita breve.
In occasione del grande evento, la fine dei giochi, l’entrata in grande stile nell’età adulta – almeno così dicono – avevamo preparato per lui una serata speciale e, nel nostro slang di oltre vent’anni d’amicizia, “speciale” poteva significare di tutto: da un lancio con il paracadute un noioso mercoledì di giugno, a una pizza “toccata e fuga” nel centro di Milano, a un addio al celibato a base di droga, alcool e Cinzia.

Passammo a prendere Antonio verso le dieci e un quarto. Ricordo che il cielo si stava rapidamente rasserenando, dopo il diluvio del pomeriggio, e l’aria di Roma era pulita e frizzante come una bottiglia d’acqua Perrier appena stappata. Quando Antonio salì sul sedile davanti non si accorse di Cinzia e, mentre dal retrovisore scambiavo occhiate d’intesa con Davide, che rideva di sottecchi, lui cominciò ad accusarci di essere inaffidabili e infantili e che non potevamo continuare così e che dovevamo mettere la testa a posto e che pure il giorno del suo addio al celibato eravamo riusciti ad arrivare in ritar… e questa chi cazzo è? Davide ed io scoppiammo in una fragorosa risata. Dopo aver fatto le dovute presentazioni e aver imbiancato le narici, ci dirigemmo senza esitazione al Cyber Dog di Testaccio, dove avevamo prenotato un tavolo accanto al palco.

Ci sedemmo e, il tempo di ingollare un paio d’angeli azzurro e un margarita ciascuno, scendemmo in pista in uno stato di pura esaltazione, fomentati dal ritmo ska dei Bluebeaters. Ci sistemammo in cerchio attorno a Cinzia, avvinghiati ai suoi fianchi come tre koala, sfiorando con sempre meno esitazione le sue curve misteriose e per nulla dissimulate. Quei capelli ricci e neri sembravano vivi serpenti sotto l’intermittenza delle stroboscopiche e i movimenti delle sue gambe a rete avevano un effetto magnetizzante. Mi sarei sottoposto alla culla di Giuda per una notte con lei.

Intorno alle due e mezza, dopo l’ennesimo giro d’angeli e margarite, urlai ad Antonio se fosse ancora convinto di volersi sposare. Con un’acconciatura improponibile, che aveva assunto una cotonatura in stile Lady Gaga, Antonio mi rispose che era meglio di una camera di deprivazione sensoriale. Come? Ho detto… che questa qui… è meglio di una camera di deprivazione sensoriale! A quel punto credo che Cinzia abbia capito qualcosa tipo andiamo in una camera di depravazione sessuale, perché prese con veemenza Antonio per la cinta dei pantaloni e lo invitò a uscire dal locale. E noi al seguito, ovviamente.

La seconda parte della serata ebbe ufficialmente inizio e consisteva nell’accompagnare Antonio a Ostia, dove lo avrebbe atteso una matrimoniale “vista palazzi” – tanto, anche se l’avessimo presa con vista su Marte non se ne sarebbe accorto – lasciando a Cinzia il compito di tatuargli sulla schiena gli scampoli di quell’irripetibile serata. Ovviamente avremmo avuto anche noi la nostra fetta di piacere, se solo fossimo arrivati a destinazione.
Cinzia e Antonio si sedettero sui sedili posteriori, io e Davide su quelli anteriori e partimmo cantando Hit the road Jack, alla volta di Castel Fusano. L’Audi passava disinvolta e prepotente tra le auto creando in alcuni punti delle voluminose volte d’acqua. Appena imboccata la Cristoforo Colombo, per festeggiare il festeggiato, Cinzia diede vita a uno striptease improvvisato al tempo di I just wanna make love to you, di Etta James, che in quel momento suonava alla radio, mentre io preparavo un’altra paglia per Davide.

Abbassai il parasole e usai lo specchietto per non perdermi un attimo dello spettacolo, in scena sui larghi sedili posteriori. Riuscivo a vedere parzialmente il viso ammiccante di Cinzia, le sue spalle bianche e levigate e i seni nudi, ma era più che sufficiente per infervorare i miei istinti. La velocità dell’auto saliva al passo dell’eccitazione e l’onda verde della Colombo non ci aiutava certo a raffreddare quella pericolosa febbre. A un tratto, dal mio piccolo schermo scomparvero le immagini in alta definizione e quando mi voltai, vidi la testa di Antonio reclinata sul poggiatesta, il suo sguardo inebetito che fissava il tettuccio dell’auto, la camicia aperta e poco più giù la nuca di Cinzia. Mi venne subito da ridere.  Davide, incuriosito, sistemò lo specchietto retrovisore per vedere cosa stessero combinando i due là dietro. Appena si accorse delle loro confidenze, sgranò gli occhi, girò la testa ed esplose in un perentorio che-cazzo-state-facendo-sui-miei-interni-nuovi!
Fu un attimo.

Con l’asfalto viscido il battistrada perse aderenza e, garantisco personalmente, sarebbe stato più facile spaccare un atomo prendendolo a testate che fermare un bestione di quelle dimensioni, a quasi duecento chilometri orari, sull’asfalto bagnato. L’Audi s’imbarcò e vidi vorticare davanti a me il guardrail, poi gli alberi, poi di nuovo il guardrail e poi gli alberi, il mondo si capovolse più volte e infine il botto. Il botto che conclude ogni spettacolo pirotecnico, il botto definitivo, che rattrista i bambini e tranquillizza gli ululati dei cani. Prima di addormentarmi, l’ultima cosa che sentii furono i lamenti strazianti di Cinzia che a poco a poco si affievolivano. A poco a poco. Si affievolivano.
Davide Moretti, di anni 33, morì sul colpo. Alle 03.58 i medici dichiararono deceduto Antonio Guardì, di anni 35. Sette minuti più tardi, dopo i tentativi di rianimazione, anche il mio cuore smise di battere. E di anni ne avevo 32.

Ho conosciuto Otis Redding e in questo momento mi siede accanto. Ha ascoltato la mia storia. Mi ha detto di non pensarci, che Qui si sta meglio, se non fosse per questo frastornante silenzio che ti scivola dentro, sfuggente come l’olio, e che a volte ti schiaccia il petto lasciandoti senza respiro. Poi però ci fai l’abitudine. Qui, in mezzo a tanta gente sola, un luogo dove i rimpianti non hanno motivo d’esistere perché il passato è solo un concetto terreno.
Allora cos’è questa sensazione di disagio, questo sentimento di avversione verso qualcuno o qualcosa che mi ha strappato alle mie abitudini, alle mie piccole felicità e inquietudini. Gli chiedo chi è questa gente, cos’è “Qui”, perché tutto è trasparente, domani mi devo alzare presto, non trovo le mie scarpe, devo ritirare in tintoria il vestito del testimone, dov’è mia madre, questo mese scade la rata del mutuo, devo terminare la relazione per lunedì, il concerto di Jamiroquai è saltato, chi vincerà il campionato quest’anno, tra poco Davide passerà a prendermi, è sempre in ritardo quello. Ma Otis non risponde e serra le palpebre.
Forse non è vero che Qui si sta meglio.
E con una chitarra senza corde, comincia a cantare.